Coronavirus, il 30% dei morti aveva il diabete: il parere di Provenzano (Simdo)

6 Agosto 2020

Il dato è relativo all'Italia per le persone con diabete di tipo 2. L'intervista di Insanitas al presidente nazionale della "Società Italiana Metabolismo, Diabete, Obesità".

 

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PALERMO. Gli ultimi studi nazionali sostengono che i decessi per Coronavirus in Italia hanno riguardato per il 30% (28,8% le donne e 30,8% gli uomini) persone con diabete di tipo 2.

Insanitas ne ha parlato con Vincenzo Provenzano, presidente nazionale SIMDO (Società Italiana Metabolismo, Diabete, Obesità) e coordinatore del Covid Hospital di Partinico durante l’emergenza Coronavirus.

C’è una spiegazione a questo fenomeno?
«La mortalità del Coronavirus è correlata anche ad altri fattori e alle comorbidità che il paziente può avere come, appunto, il diabete. Il 90% di chi è affetto da diabete ha quello mellito di tipo 2 e la maggior parte è anche obeso. L’87% ha anche l’ipertensione arteriosa e una patologia cardiovascolare spesso polidistrettuale, cioè che interessa i tre grandi distretti: coronarico, periferico e dei tronchi sovra-aortici. Questi soggetti hanno l’obesità che nell’85% dei casi è viscerale, cioè colpisce l’addome e altri organi, come fegato, pancreas e cuore. L’obesità viscerale di per sé configura uno stato di tipo proinfiammatorio, perché il tessuto adiposo viscerale produce la citochina, che a sua volta produce uno stato infiammatorio generale. Tale stato infiammatorio è definito nel Coronavirus la tempesta di citochine, ovvero le molecole prodotte in genere nel caso del diabete dal tessuto adiposo viscerale: pertanto, lo stato proinfiammatorio di base presente nel diabetico dà una possibilità di propagazione all’infezione da Coronavirus. Inoltre il Covid- 19 è classificato come una patologia sistemica che parte come una patologia infettiva, ma in realtà si caratterizza per uno stato di emo-trombosi generalizzato, una sorta di ipercoagulia, il motivo per cui diventa sistemica. Naturalmente la patologia virale nel diabetico scompensato complica il quadro generale di partenza. Per cui, c’è una sorta di doppio effetto diabolico: da un lato, caratterizzandosi per questa acuta e severa sindrome respiratoria che è stata definita da Sars-Cov-2, il Coronavirus peggiora il diabete e diventa un fattore di aggravamento prognostico. A sua volta, il diabete complicato aggrava la patologia da Coronavirus, quindi si crea un circolo vizioso che, infatti, ha portato il 30% delle persone a morire».

Qual è invece il parallelismo tra Coronavirus e diabete di tipo 1?
«C’è un altro aspetto di cui non si è ancora parlato in letteratura, ma il Sars-Cov-1 ha mostrato, ed è stato rivisto anche ora con il Coronavirus, di attaccare le cellule beta pancreatiche (che fanno l’insulina), infatti abbiamo assistito a fasi di citotossicità beta cellulare con insorgenza di diabete mellito del tipo citotossico, cioè diabete mellito di tipo 1. Quindi, alcuni soggetti dopo essere ricoverati divenivano inspiegabilmente diabetici. Un fenomeno che ha aperto la via al parallelismo- ormai diventato anche più ampio- tra il Coronavirus e il diabete di tipo 1. In pratica, delle persone sane hanno preso il Coronavirus e poi hanno avviato un’iperglicemia transitoria, nel senso che guariti dal Coronavirus è passata. Altri invece hanno avuto il peggioramento di una condizione diabetica, a volte anche grave».

Cosa può dire in base alla sua esperienza diretta?
«La prima volta che abbiamo cominciato a curare pazienti affetti da Covid-19, perché come è naturale che sia gli operatori avevano paura. Questo è accaduto qui ma anche in tutta Italia. Quindi la statistica risente di questa pecca della paura del contagio, legittima dopo quello che abbiamo visto, con 170 medici morti. Pertanto, è successo che l’operatore visitava il paziente misurando i parametri vitali relativi al Coronavirus, ma dimenticando che quello era un diabetico e aveva 350 di glicemia. Questo diabetico quando è stato poi ben compensato, e quindi abbiamo tolto le concause di comorbidità, facendo bene la terapia con i farmaci e controllando la pressione, è migliorato. Il paziente a volte è stato iperinsulinizzato e l’insulina è un fattore di proliferazione e aggravamento della patologia».

Soltano con l’eparina siete riusciti ad arginare il problema…
«Con l’eparina a basso peso molecolare e anche con i nuovi farmaci per il diabete, l’insulina peggiorava la prognosi perché i pazienti facevano iper o ipoglicemia. Quando abbiamo fatto presente che questi pazienti avevano il Covid-19 ma erano pur sempre diabetici, il discorso è cambiato».

Al Covid Hospital di Partinico avete avuto casi simili?
«Abbiamo avuto casi con diabete complicato, però messo in compenso posso dire che la mortalità che noi abbiamo avuto è stata del 20% circa, relegata ad alcuni anziani giunti da una Casa di riposo e con comorbidità multiple: non solo diabete ma anche ulcere da decubito, ad esempio. Da noi i soli diabetici sono usciti tutti vivi e sani, quasi a contraddire il dato della letteratura, ma i dati fanno una stima generale di tutte le strutture italiane. Evidentemente quel 30% dei diabetici morti con Coronavirus erano stati tenuti in scompenso, perché se io curo con teleassistenza guardando solo l’ossimetria o l’emogas e non gli altri parametri come il controllo pressorio, il controllo del diabete, l’elettrocardiogramma, un paziente con scompenso di cuore è chiaro che muore».

Come vede la situazione nel prossimo futuro?
«Purtroppo male, c’è stato un calo di tensione e di attenzione non giustificato perché il virus è ancora in circolo. Per ora è un “gattino” perché le condizioni climatiche non gli permettono di essere notevolmente virulento, ma la capacità di contagio è altrettanto alta. Credo che bisogna dare un messaggio forte, cioè mantenere il distanziamento e vaccinarsi, sia per l’influenza stagionale che per la polmonite. In attesa che sia trovato un vaccino anche per questo maledetto virus».

L’assessore alla Salute ha  affermato che c’è il rischio di un nuovo lockdown ad ottobre…
«Purtroppo ci sono molte criticità: ad esempio, io sono favorevole all’accoglienza degli immigrati, però va fatta una regolamentazione importante per chi proviene da zone con alta epidemia. Ci sono studi che riguardano la genetica, secondo cui la nostra zona non dovrebbe avere né alti numeri né alta virulenza nel virus. Però, se il virus lo importiamo tutto il discorso cambia e la genetica non conta più».

L’ospedale di Partinico non ha ancora riaperto a pieno regime…
«La direzione generale sta adoperandosi, nonostante le recenti emergenze e la carenza cronica di personale. Alcuni reparti hanno già riaperto in pieno come la medicina interna e la diabetologia. Purtroppo, ci sono tempi tecnici che devono essere rispettati per poter dare le giuste risposte all’utenza. Paradossalmente, però, di fatto in medicina ho posti vuoti perché la gente ha ancora paura a venire in ospedale. Questo è il vero problema. Gli accessi al pronto soccorso sono più che dimezzati, io ho i posti letto della medicina tutti aperti, grazie alle disposizioni dell’assessorato, ma ho posti vuoti. Anche qui stiamo assistendo al dramma nel dramma, la gente che si cura male o si trascura per paura del virus e se tornerà, tra queste persone già scompensate, farà registrare una mortalità maggiore».

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