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Coronavirus, De Donno: «La plasmaterapia è efficace, sicura e poco costosa»

11 Luglio 2020

Il noto pneumologo ha partecipato al webinar “Il covid-19 e la terapia con il plasma iperimmune: tra pro e contro”, promosso dall’Università di Messina in collaborazione con Gea Universitas. Tra gli intervenuti anche i docenti Andreana Marino e Saverio Alberti.

 

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MESSINA. Su iniziativa dell’Università degli studi di Messina, in collaborazione con l’associazione universitaria Gea Universitas, si è tenuto un webinar dal titolo “Il covid-19 e la terapia con il plasma iperimmune: tra pro e contro”.

All’evento ha preso parte come ospite speciale, il dott. Giuseppe De Donno, direttore del reparto di pneumologia dell’ospedale “Carlo Poma” di Mantova, conosciuto anche come pioniere della terapia con plasma iperimmune in Italia.

“In Lombardia- ha premesso- abbiamo vissuto quello che i nostri colleghi cinesi hanno subito a Wuhan. In Italia ci sono stati circa 37.000 decessi e di questi 19.000 solo in Lombardia. In quei momenti eravamo disperati, non c’era ossigenoterapia o ventilazione meccanica che funzionasse, non c’era nulla che ci facesse pensare a come poter arginare questo virus”.

“Così siamo andati alla ricerca di qualche cosa di nuovo- ha proseguito De Donno- Il dott. Massimo Franchini,  nostro primario ematologo e il dott. Fabio Pajola, uno dei nostri direttori sanitari, hanno avuto l’idea di pensare a qualcosa che fosse riconducibile al plasma dei convalescenti, già utilizzato durante l’epidemia di Spagnola. Questa intuizione era venuta in mente anche a me e al dott. Salvatore Casari, il nostro infettivologo”.

Grazie ad una telefonata fatta dal dott. Franchini al Centro Nazionale Sangue, ha poi raccontato il direttore di pneumologia, si è scoperto che il prof. Cesare Perrotti e il prof. Fausto Baldanti del San Matteo di Pavia stavano realizzando un sistema simile. Da una collaborazione tra i due ospedali è nato il Protocollo Mantova-Pavia (o Pavia-Mantova).

Il plasma del paziente convalescente- ha spiegato De Donno- proviene da soggetti dichiarati guariti. Non importa la gravità della patologia che hanno avuto, possono essere stati anche non ricoverati, ma devono aver contratto l’infezione, certificata da un tampone. Il plasma viene prelevato durante la convalescenza, che dura 14 giorni e che inizia dopo che il soggetto sia stato sottoposto a due tamponi, entrambi risultati negativi”.

In particolare, i guariti donano 600 millilitri di plasma, la parte “nobile” del sangue, privata della componente cellulare. “Restituiamo al donatore- ha sottolineato lo pneumologo- i globuli rossi e bianchi e le piastrine, mentre tratteniamo la parte liquida, composta al 90% da acqua e al 10% da proteine, le immunoglobuline di classe g, che agiscono contro il virus”.

Questo quantitativo di plasma poi viene suddiviso in due sacche, perché solitamente per ogni malato servono circa 300 millilitri. Nel 60% dei casi tale dose si è rivelata sufficiente, mentre per il restante 40% è stato necessario somministrare 2-3 sacche.

De Donno ha illustrato il profilo dei soggetti riceventi: “Abbiamo selezionato i pazienti con gravi insufficienze respiratorie, ma non ancora tali da dover essere intubati. Il plasma infatti, svolge un’azione antivirale e se la tempesta citochinica è troppo avanzata, non è possibile tornare indietro”.

Il protocollo ha dato esiti incoraggianti: su 48 individui, si sono verificati solo 3 decessi. Positivi anche gli effetti connessi alla terapia: scomparsa della febbre e della tosse e remissione delle insufficienze respiratorie. Inoltre si è verificata per l’80% dei casi la negativizzazione dei tamponi in terza, massimo in quinta giornata, condizione che si è mantenuta anche nel lungo periodo.

Grazie al plasma iperimmune si è ottenuto anche un aumento dei linfociti e una riduzione dei neutrofili e dell’indice di infiammazione. Nel 70 % dei casi poi, tra il settimo e il quattordicesimo giorno si è avuto un miglioramento della polmonite.

“Non abbiamo riscontrato risultati sullo storm citochinico– ha commentato De Donno- ed è per questo forse che il plasma non funziona nelle fasi più avanzate, dove lo storm è più esaltato e vale di più utilizzare anti interleuchina 6 o 1”.

Lo specialista ha poi citato due modelli particolari di pazienti trattati al “Carlo Poma” con il plasma iperimmune. Il primo era un soggetto agammaglobulinemico, che dall’età di un anno non produceva immunoglobuline: “Si era ammalato di una polmonite grave da coronavirus ed era poi precipitato in una gravissima forma di insufficienza respiratoria. Così è stato trasferito in terapia intensiva, sottoposto a infusione di plasma da paziente convalescente e ventilato con ossigeno. In terza giornata abbiamo ridotto le ore di ventilazione meccanica, in quinta l’abbiamo sospesa e in settima abbiamo tolto l’ossigenoterapia e ottenuto la negativizzazione del tampone”.

Il secondo caso riguarda una donna in stato di gravidanza sottoposta alla terapia del plasma iperimmune. Un caso senza precedenti, pubblicato anche sull’ American Journal of Obstetrics & Gynecology. “Era alla 22esima settimana, colpita da una grave polmonite bilaterale. Dopo la prima sacca di plasma abbiamo ottenuto un parziale miglioramento clinico, in terza giornata abbiamo fatto la seconda sacca e in poche ore sono scomparsi febbre e sintomi ed è migliorata la sindrome respiratoria”.

Un ulteriore vantaggio della plasmaterapia riguarda il profilo di sicurezza, grazie alle metodiche di neutralizzazione virale, che rendono nulle le possibilità che il paziente trasfuso possa prendere una malattia dal donatore.

“Anche il costo della terapia– ha aggiunto De Donno- è irrisorio e sostenibile da ogni ospedale che la effettua, aggirandosi sugli 80-100 euro”.

Su un’eventuale seconda ondata nei mesi autunnali, lo pneumologo ha risposto così: “Mi sono appena confrontato con un gruppo di ricercatori di Pistoia che si occupano di intelligenza artificiale, sono convinti che ci sarà una nuova diffusione a settembre. A Mantova in questi giorni il virus sta circolando tanto, non dobbiamo abbassare la guardia”.

Il webinar, moderato dallo studente Damiano Restuccia, ha ricevuto i contributi di due docenti dell’Università di Messina: la prof.ssa di Microbiologia del Dipartimento Chi.Bio.Far.Am. Andreana Marino, e il prof. di Genetica del Dipartimento BIOMORF Saverio Alberti.

Nello specifico, la prof.ssa Marino ha effettuato una trattazione approfondita delle origini e delle caratteristiche del Covid-19, spiegandone la struttura e il modo in cui agisce all’interno dell’organismo. “La cellula epiteliale bersaglio di questo virus– ha evidenziato- è quella delle vie respiratorie, ha infatti un’elezione per quelle degli alveoli polmonari. Nel momento in cui il virus si avvicina ha la capacità di riconoscere la cellula bersaglio perché questa ha sulla superfice dei recettori, per esempio il recettore Ace-2. Il virus ha un envelop su cui si trovano le proteine spike, queste riconoscono il recettore Ace-2 sulla membrana cellullare ed il contatto fa sì che si attivi il co-recettore. Quest’ultimo dà avvio all’invaginazione della membrana citoplasmatica: a questo punto il virus è entrato nella cellula ed è pronto a replicarsi”.

Il prof. Alberti si è invece occupato di illustrare uno suo studio realizzato sulla tematica “Genetica e ambiente del Covid-19”, analizzando la diffusione del virus in diverse zone climatiche. “Su oltre 350.000 casi di infezioni abbiamo rilevato un tempo di raddoppiamento in Spagna di poco più di 4 giorni, nell’Italia del Sud di poco più di 5, nell’Italia del Nord poco più di 7 e nell’Italia Centrale dati intermedi. In Svezia 9 giorni, in Finlandia 11 ed in Norvegia 13 giorni”.

“Sono dati che non ci aspettavamo e forse un po’ preoccupanti- ha aggiunto il docente- L’idea che ci sia una seconda ondata è ammissibile, a condizione che la prima se ne sia andata davvero. Se nei paesi temperati ci sono tempi di raddoppiamento così pesanti di diffusioni della malattia, dobbiamo incrementare le misure di sicurezza perché forse il virus non se ne sta andando”.

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