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Il dibattito

Coronavirus, dagli studi risultati diversi sull’efficacia del plasma iperimmune

Secondo il “New England Journal of Medicine” non si notano differenze di mortaltà con chi ha ricevuto placebo. Tuttavia Antonio Cascio (Policlinico “Giaccone”) sottolinea che altri studi dicono il contrario. «Aspettiamo l'esito del progetto"Tsunami"».

Tempo di lettura: 3 minuti

È stato pubblicato stamattina sul “New England Journal of Medicine” lo studio randomizzato sull’uso del plasma iperimmune per curare i pazienti con polmonite grave da Covid-19, con il risultato che «non sono state osservate differenze significative nello stato clinico o nella mortalità complessiva tra i pazienti trattati con plasma dei convalescenti e quelli che hanno ricevuto placebo» scrivono i ricercatori.

«La ricerca pubblicata su NEJM dimostra che l’infusione di plasma iperimmune è una pratica sicura, ma non associata ad alcun beneficio rispetto al placebo (sol.fisiologica) per quanto riguarda la mortalità a 30 giorni (11%) e la necessità di ventilazione meccanica (8% Vs. 9%). In realtà, le rilevazioni eseguite a 7 e 14 giorni erano state tutte favorevoli al plasma- spiega Antonio Cascio, direttore di “Malattie Infettive” del Policlinico “Giaccone” di Palermo- È importante far notare che la titolazione degli anticorpi neutralizzanti è stata eseguita solo nel 56% dei plasmi infusi e che la metodica utilizzata è nuova, più rapida, per cui non sappiamo quanto realmente attendibile rispetto alla metodica standard che richiede 5 giorni. Si tratta comunque di un buon contributo che cerca di definire meglio il ruolo del plasma ma ancora ci sono dei margini e fondamentali, in tal senso, saranno i risultati dello studio Tsunami che ha arruolato già circa 400 pazienti».

Allo studio hanno preso parte 334 pazienti di età compresa tra i 52 e i 72 anni, di cui in 228 hanno ricevuto la terapia al plasma e altri 105 ha ricevuto il placebo.

La terapia è iniziata in media otto giorni dopo l’insorgenza dei sintomi. La condizione clinica più frequente nei soggetti arruolati era l’ipossiemia (la diminuzione di ossigeno nel sangue).

Per partecipare allo studio, oltre al tampone positivo, sono stati individuati come criteri la presenza di una polmonite confermata da una radiografia e un livello di saturazione di ossigeno SpO2 <93% in aria ambiente a riposo.

Ricordiamo che trattandosi di una terapia sperimentale, sono diversi gli studi sul plasma dei convalescenti che si stanno conducendo nel mondo e sarà soltanto comparando tutti i dati che si potranno avere i risultati definitivi sulla reale efficacia del plasma iperimmune.

«Un altro studio pubblicato in merito il 4 novembre sul “New American Journal of Pathology” utilizza altri parametri e dà risultati diversi sulla mortalità. In questo caso i dati dicono che se il plasma iperimmune viene infuso 48 ore dopo il ricovero la mortalità scende dal 12,4% al 6,2%- chiarisce Cascio – Ancora comunque è tutto in divenire, assodato che il plasma è un trattamento sperimentale utilizzato in regime di urgenza, sarei più cauto a buttare via il bambino con tutta l’acqua sporca, anche perché avremmo un altro aiuto in meno nella lotta al Coronavirus».

Se il plasma dovesse risultare inefficace, infatti, anche gli anticorpi monoclonali si rivelerebbero tali perché, seppur prodotti in modo diverso, si basano sullo stesso principio. A maggio l’AIFA ha sospeso l’autorizzazione all’utilizzo di idrossiclorochina per il trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2, al di fuori degli studi clinici, sia in ambito ospedaliero che in ambito domiciliare, perché per lo più inefficace. Ciò significa che, allo stato attuale, non abbiamo altro per curare i pazienti di Coronavirus in pericolo di vita.

 

 

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