Coronavirus, Andreoni: «Se abbassiamo la guardia l’epidemia riesploderà»

22 Maggio 2020

L'intervista di Insanitas al direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) e ordinario di Malattie lnfettive dell’Università di Roma “Tor Vergata”.

 

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Tra speranze e paure siamo giunti alla Fase2 della pandemia Coronavirus: il “nemico” appare indebolito, ma certamente non è sconfitto. Essenziale, pertanto, mantenere alta guardia, soprattutto perché sono ancora tanti i punti oscuri sul comportamento del virus e a tutt’oggi manca una terapia mirata, nonostante il mondo scientifico stia lavorando senza sosta.

Quali comportamenti tenere, dunque? E quali prospettive terapiche? Insanitas ha tracciato lo stato dell’arte con il Prof. Massimo Andreoni (nella foto), direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) e ordinario di Malattie lnfettive dell’Università di Roma “Tor Vergata”.

Prof. Andreoni l’incidenza del Covid19 è diminuita, ma soprattutto al Nord ancora contagi. Sono possibili nuove ondate pandemiche?
«Le misure di contenimento messe in  atto nella prima fase della pandemia si sono dimostrate efficaci nel contenerla. Il rischio di una ripresa dell’epidemia, se non si mantengono le misure di protezione individuale- quali l’uso delle mascherine ed il distanziamento fisico- è  alto, soprattutto in quelle regioni dove il numero di casi di nuove infezioni è  ancora elevato».

Come comportarsi, dunque?
«In questa nuova fase è necessario, più che eseguire i test sierologici, uno stretto monitoraggio e facilitare al massimo il  tampone naso- faringeo, da eseguire in tutti i casi sospetti di malattia, nonchè uno stretto monitoraggio degli eventuali contatti».

L’ipotesi di un vaccino è ancora lontana?
«Attualmente sono in sperimentazione circa 130 vaccini ed i  principali gruppi di ricerca nel mondo stanno attivamente lavorando in  tal senso. Esistono già vaccini per Coronavirus animali e, quindi, è  probabile che in un tempo abbastanza breve possa essere messo a punto  un vaccino efficace. In realtà, però, il tempo necessario per la sua sperimentazione nell’uomo e la sua produzione in larga scala, per  soddisfare le esigenze mondiali, richiede ancora diversi mesi. In conclusione, dobbiamo abituarci a vivere con il SARS-CoV-19 per tutto il 2020».

Plasmaterapia: il suo pensiero?
«L’utilizzo del plasma con anticorpi specifici ad alto titolo è una strategia utilizzata da molti anni in terapia anti-infettiva, anche se abitualmente vengono utilizzate immunoglobuline umane purificate (tetano, varicella-zoster, morbillo, parotite, ecc). Più recentemente, la plasmaterapia è stata utilizzata con parziale successo nell’ultima epidemia da virus Ebola. I dati che derivano dai primi risultati dell’uso di plasma di soggetti convalescenti da COVID-19 per il trattamento di soggetti con malattia severa sono incoraggianti e  diversi centri, tra cui anche il policlinico di Tor Vergata, dove io lavoro, si stanno attrezzando per preparare delle scorte di plasma da utilizzare nell’ipotesi di un’eventuale ripresa dell’epidemia».

Dai centri italiani impegnati nella ricerca quali prospettive emergono una cura mirata al Covid19?  
«Ad oggi i dati sulle diverse strategie nella terapia del  COVID-19 sono deludenti. Nessun farmaco che stiamo utilizzando- sia come anti-virale (ad ora il Remdesivir sembra quello che ha dato i migliori risultati), sia quelli ad azione immunomodulante  (in particolare il Tocilizumab che blocca IL-6)- ha fornito risultati particolarmente incoraggianti. In particolare, abbiamo finora utilizzato farmaci non espressamente realizzati per agire nei confronti di SARS-CoV-19, bensì molecole studiate per altre  patologie, perché la realizzazione di un farmaco abitualmente richiede tra i  cinque e i dieci anni di ricerca. Inoltre gli studi fino ad oggi effettuati hanno arruolato un numero di pazienti insufficiente e non sono stati condotti utilizzando un gruppo di controllo. Ciò non ha permesso, quindi, di  pervenire a dati definitivi».

Estate ormai alle porte: c’e’ una relazione scientifica con il virus?
«Abitualmente i coronavirus che colpiscono l’uomo causando polmoniti, raffreddore e gastroenteriti circolano prevalentemente nel periodo autunnale e invernale. Su questo dato si è discusso della sensibilità del virus alle temperature più calde. Questa considerazione è stata ulteriormente avvalorata dal dato che, nel 2003  la SARS, scomparve nel mese di giugno e fu dichiarata eradicata nel  mese di luglio. In realtà SARS-CoV-2 ha una discreta capacità di resistere alla temperatura: circa un giorno a 37°C, 30 minuti a 56°C e  5 minuti a 70°C. Quindi, è più probabile che il coronavirus, come tutti i virus respiratori, circoli maggiormente nel periodo invernale perché  le temperature più fredde con la congestione delle vie aeree e, quindi, delle mucose, rendono più semplice la penetrazione del virus».

Sui test sierologici possiamo tracciare dei punti fermi?
«Sia quelli rapidi su card attraverso la puntura sul dito, sia quelli fatti su prelievo di sangue, che utilizzano metodiche di fluorescenza immunoenzimatiche ecc., servono sostanzialmente a definire se un soggetto è venuto a contatto con il virus. In tal senso sono strumenti validi per valutare la circolazione virale in una data popolazione e, quindi, a sviluppare modelli epidemiologici. In rari casi,  i test possono essere anche utilizzati nella pratica clinica per  definire lo stato di malattia di un paziente. Dobbiamo comunque ricordare che, nel caso di positività sierologica si deve ricorrere al tampone naso-faringeo per stabilire se l’infezione è  ancora in atto oppure definitivamente guarita».

Punti ancora più ignoti…
«Quello che ancora non sappiamo è, ad esempio, se la presenza di anticorpi garantisca dal rischio  di una nuova infezione. Per questa considerazione abbiamo due eventi che sembrano offrire dati contrastanti: da una parte esistono persone che riattivano l’infezione anche in presenza di anticorpi e dall’altra usiamo i plasmi con anticorpi ad alto titolo per curare i pazienti  infetti. Studi finalizzati a valutare la capacità di neutralizzante il virus degli anticorpi presenti ci permetteranno di capire la loro reale efficacia protettiva».

Ripositivizzazione dei guariti: cosa sappiamo in merito?
«È ormai dimostrata la possibilità, segnalata in numerose occasioni, che soggetti divenuti stabilmente negativi alla ricerca del virus nel tampone naso-faringeo possano presentare, a distanza di settimane, la ricomparsa dello stesso. Questo evento probabilmente più che una nuova infezione può rappresentare una riattivazione del virus rimasto in forma latente (con basse replicazioni) a livello delle mucose delle vie aeree. Infatti, sappiamo che numerosi soggetti rimangono eliminatori del virus per più di due mesi e che esso può essere rintracciato, per molto tempo, anche a livello fecale».

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