Coronavirus, Andreoni: «Gli anticorpi monoclonali potrebbero essere efficaci»

7 Maggio 2020

L’opinione dell'ordinario di Malattie Infettive dell’Università Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali).

 

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«Le strategie terapeutiche per combattere COVID-19 sono spesso poco efficaci. Recentemente è stata dimostrata l’efficacia del trattamento con anticorpi umani presenti nel plasma di soggetti convalescenti dalla malattia. Alcuni centri italiani stanno portando avanti la raccolta di campioni di plasma, anche nell’ipotesi in cui nella Fase2 del Covid19 si dovesse registrare una ripresa della circolazione del virus. Sull’onda di questi dati, anche gli anticorpi monoclonali prodotti in vitro, diretti contro SARS-CoV-2, rappresentano una grande opportunità nella lotta contro il virus».

Questa l’opinione del prof. Massimo Andreoni, ordinario di Malattie Infettive dell’Università Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), che continua “ Così anche il lavoro che ha identificato l’anticorpo monoclonale “47D11” presentato dall’Università di Utrecht e pubblicato su Nature Communications, che dimostra la capacità degli anticorpi monoclonali di bloccare l’ingresso del virus all’interno della cellula”.

In particolare, lo studio in questione si concentra sull’anticorpo monoclonale “ 47D11”, cross-neutralizzante, che prende di mira un epitopo comune su questi virus, che neutralizza SARS-CoV-2 (e SARS-CoV) nella coltura cellulare e, quindi, può offrire il potenziale per la prevenzione e il trattamento di COVID-19.

“È stato scoperto – si cita nello studio – che l’anticorpo 47D11 inibisce potentemente l’infezione delle cellule VeroE6 con VSV pseudotipato SARS-S e SARS2-S”.

Infatti, “le proteine ​​di picco di SARS-CoV-2 (SARS2-S; 1273 residui, ceppo Wuhan-Hu-1) e SARS-CoV (SARS-S, 1255 residui, ceppo Urbani) sono identiche al 77,5% in base alla sequenza primaria di amminoacidi: sono strutturalmente molto simili e legano comunemente la proteina dell’enzima 2 (ACE2) di conversione dell’angiotensina umana come recettore ospite attraverso il loro dominio S1  B”.

Gli anticorpi, che neutralizzano i  coronavirus, in parole povere,  prendono, dunque come bersaglio la  proteina S, che si trova sulla loro superficie e li aiuta a farsi strada nella cellula ospite: la proteina S, è composta da due sotto-proteine, S1 che aiuta il virus ad attaccarsi, ed S2 che lo fa fondere con la membrana cellulare dell’organismo in cui entra.

Lo studio, infatti, sottololinea: “Gli anticorpi neutralizzanti il ​​coronavirus colpiscono principalmente le glicoproteine ​​del picco trimerico (S) sulla superficie virale, che mediano l’ingresso nelle cellule ospiti. La proteina S ha due subunità funzionali che mediano l’attaccamento cellulare (la subunità S1) e la fusione della membrana virale e cellulare (la subunità S2). I potenti anticorpi neutralizzanti spesso colpiscono il sito di interazione dei recettori in S1, disabilitando le interazioni dei recettori.

Per identificare gli anticorpi in grado di neutralizzare il nuovo coronavirus, i ricercatori hanno creato  51 colture di cellule, ricavate da topi cui erano state aggiunte cellule umane e gli hanno fatto produrre diversi   anticorpi cd. chimera per la proteina S.

Tra quelli ricavati, hanno visto che il 47D11 era quello in grado di neutralizzare sia la proteina S del Covid-19 che quella della Sars. Poi l’anticorpo chimera è stato modificato nuovamente per produrre una  versione totalmente umana.

Lo studio, infatti, riporta: “Al fine di identificare gli anticorpi neutralizzanti SARS-CoV-2, è stata valutata la reattività ELISA- (crociata) di supernatanti contenenti anticorpi di una raccolta di 51 ibridomi SARS-S derivati ​​da topi H2L2 transgenici immunizzati che codificano immunoglobuline chimeriche con variabili umane pesanti e catene leggere e regioni costanti di origine ratto. Quattro dei 51 surnatanti di ibridoma SARS-S hanno mostrato reattività crociata ELISA con la subunità SARS2-S1,  di cui uno (47D11) ha mostrato attività di neutralizzazione incrociata dell’infezione SARS-S e SARS2-S. L’anticorpo chimerico 47D11 H2L2 è stato riformattato in immunoglobulina completamente umana, clonando le regioni variabili pesanti e leggere della catena umana in una spina dorsale di isotipo di IgG1 umana. Il 47D11 umano ricombinantemente espresso è stato usato per un’ulteriore caratterizzazione ”.

Serviranno, però, ulteriori studi per capire con puntualità il preciso meccanismo con cui agisce questo nuovo anticorpo monoclonale.

Sempre in questa direzione, Massimo Andreoni sottolinea: «Altri gruppi di ricerca hanno sviluppato anticorpi monoclonali che hanno dimostrato un’elevata capacità neutralizzante in vitro e nel modello animale e, ancora, che, si stanno avviando studi controllati nell’uomo che coinvolgeranno anche centri italiani e che potranno dimostrare l’efficacia di questa strategia nella cura di COVID-19».

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