violenza sessuale

Codice Rosa nei Pronto soccorso: in Sicilia dopo due anni è ancora una mezza incompiuta

13 Aprile 2016

Concepito per le donne vittime di violenza e i minori maltrattati, prevede il ricorso riservato a un’équipe composta da medici, infermieri e psicologi. In alcune provincie è operativo solo in parte, mentre in altre non esiste ancora. L’assessorato alla Salute e il Papardo (coordinatore del progetto) annunciano un report entro fine anno.

 

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PALERMO. Sono passati due anni dalla sua introduzione, ma il “Codice Rosa” in Sicilia stenta ancora a decollare, sia sul piano organizzativo sia per quanto riguarda la comunicazione. Son in pochi infatti a sapere della sua esistenza in alcuni (pochi a dir la verità) presidi ospedalieri siciliani. Ancora meno sono coloro che possono dirsi correttamente informati sulla introduzione di uno strumento di straordinaria importanza.

Eppure la Sicilia era stata tra le prime a concepirlo, con una direttiva regionale nel 2014 dell’allora assessore Lucia Borsellino in seguito a una prima sperimentazione condotta dall’Asp di Ragusa.

Il Codice Rosa nella versione siciliana è un codice di accesso al Pronto soccorso riservato alle donne vittime di violenza e pure ai minori maltrattati. I dati stimati sulla violenza di genere contro le donne in Sicilia, documentano come il 23,3% della popolazione femminile dai 16 ai 70 anni (dati Istat – Indagine 2010), abbia subito una violenza fisica o sessuale nel corso della vita, di cui l’11,9% da parte di un partner.

In Sicilia le donne uccise nel 2012 sono state 15, evidenziando come l’isola confermi la triste tendenza crescente di questo dato, così come avviene nell’intero territorio nazionale (in Italia, nello stesso anno 124 assassinii di donne).

L’obiettivo, al quale concorrono le Aziende sanitarie siciliane, sarebbe quello di introdurre nei presidi ospedalieri dotati di pronto soccorso, ambienti dedicati alle persone vittime di violenza, garantendo attività professionale qualificata, massima riservatezza, protezione e collegamenti con la rete territoriale a vari livelli (forze di polizia, Procura, associazioni etc.).

COME NASCE IL CODICE ROSA
Il servizio è stato ideato per la prima volta da Vittoria Doretti, dirigente medico della ASL di Grosseto. «Un giorno, pensando a cosa succede alle vittime di abusi che arrivano al Pronto soccorso (trovano solo caos, file, radiografie), capii che ci voleva qualcosa per loro. Così ho inventato Codice Rosa, che non si riferisce al colore ma al fiore, delicato e fragile. Come le persone che subiscono soprusi. Abbiamo mosso i primi passi nel 2009 e da allora non ci siamo più fermati».

COSA PREVEDE
«Quando arriva una persona con ferite o traumi sospetti viene portata nella stanza rosa – spiega in una intervista di 2 anni fa Vittoria Doretti – Qui trova un’équipe addestrata composta da medici, infermieri, psicologi e forze dell’ordine che la aiutano. Tutto ruota intorno a lei: gli esperti la visitano, la ascoltano e la seguono passo dopo passo con la massima riservatezza. Non la forzano a sporgere denuncia, ma le fanno capire che non è sola. E può uscire dall’incubo».

LA SITUAZIONE IN SICILIA
Parallelamente al progetto di PSN (Azione 2.12), la Sicilia partecipa al Progetto nazionale “Codice Rosa Bianca”, rivolto a persone che possono trovarsi in una situazione di particolare vulnerabilità per episodi di violenza, con lo scopo di armonizzare l’attività del progetto nazionale con gli interventi previsti dal PSN regionale.

Ad assumere il ruolo di capofila era stata inizialmente l’ASP di Ragusa che ha poi gettato la spugna, quindi lo scorso anno l’assessorato della Salute ha conferito all’Azienda Papardo di Messina il mandato di coordinare il Progetto.

Il 31 marzo l’azienda ospedaliera messinese ha realizzato un convegno per presentare lo stato di attuazione del Codice Rosa in Sicilia. Ciò che emerge è una situazione a macchia di leopardo: ci sono realtà in cui la procedura viene applicata in modo strutturato (esiste una task force aziendale, una procedura deliberata e protocolli interistituzionali con le procure, forze dell’ordine, centri antiviolenza) mentre, in altre aree territoriali gli interventi sono disorganizzati, fino ad arrivare a vere e proprie zone d’ombra, dove ancora il Codice Rosa in pratica non esiste.

A Messina, l’Azienda Ospedaliera Papardo da circa 1 anno ha intrapreso il percorso strutturato ed istituzionalizzato del Codice Rosa. Presso i presidi ospedalieri dell’ASP di Caltanissetta è attivo un percorso strutturato ed istituzionalizzato del Codice Rosa, così come presso tutti i presidi ospedalieri dell’ASP di Ragusa è stato dato avvio alla procedura. L’Asp di Siracusa, attualmente, ha avviato le stesse procedure solo nel presidio Umberto I°. A Catania l’A.O. Garibaldi ha attivato la procedura del Codice Rosa all’interno della struttura sanitaria ma manca ancora il necessario protocollo interistituzionale con la Procura, le forze dell’ordine ecc.

Quanto meno confusa la situazione nell’area metropolitana di Palermo dove la rete antiviolenza istituzionalizzata con il codice rosa opera attraverso un protocollo attivato presso il Policlinico Giaccone e l’Arnas Civico. Anche l’Asp partecipa al protocollo ma al momento neanche dall’assessorato sanno quali sono i presidi di pronto soccorso già dotati del servizio di codice rosa. Ancora all’anno zero le province di Trapani, Agrigento e Enna dove il servizio praticamente non esiste.

GLI OBIETTIVI

Il passaggio di mano dell’Asp di Ragusa ha inevitabilmente fatto slittare i tempi, così l’assessorato e il Papardo sono a lavoro per produrre entro fine anno un report chiaro ed attendibile sulla situazione del codice rosa in Sicilia.

Un’altra problematica è la scarsa comunicazione. A confermarlo sono i dati forniti dall’Asp di Ragusa: da novembre a dicembre 2013, primi due mesi di sperimentazione, solo 25 persone hanno fatto ricorso al codice rosa. Il dato, in proporzione, si riduce ulteriormente nel 2014: in 12 mesi 88 interventi, 63 per cittadine italiane e 25 per cittadine straniere. Troppo pochi per poter parlare di un servizio efficiente.

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