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Violenza negli ospedali, il Cimo: «Per fermare la caccia al medico non basta la solidarietà di facciata»

10 aprile 2018

Riceviamo e pubblichiamo la nota a firma del responsabile della comunicazione del CIMO, Giuseppe Bonsignore: "Chiediamo sorveglianza e protezione sul posto di lavoro».

 

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Riceviamo e pubblichiamo la nota a firma del responsabile della comunicazione del CIMO, Giuseppe Bonsignore. 

«La vile aggressione nei confronti di quattro medici dell’Ospedale dei Bambini è il terzo episodio di violenza su operatori sanitari nell’arco di una settimana in provincia di Palermo e rappresenta l’ultimo di una lunga serie di brutali attacchi, un tempo sporadici ed eclatanti, oggi così frequenti che quasi nessuno ci fa più caso».

«Il processo lento e costante di trasformazione mediatica del malato in “vittima” dell’incompetenza e della negligenza dei medici, unitamente al più recente fenomeno dell’avvocato-avvoltoio che svolazza tra le corsie degli ospedali fiutando il sangue e alla ricerca di potenziali vittime da convincere ad intraprendere temerari tentativi low cost di richieste risarcitorie, hanno certamente contribuito ad innescare questa spirale di violenza nei confronti degli operatori sanitari».

«Il medico ospedaliero si trova oggi costretto ad operare facendo ampio ricorso a pratiche difensivistiche e in un contesto di gravi carenze di sistema che oltre ad ostacolarne in maniera rilevante l’attività, finiscono anzi per venirgli addebitate, additato come unico colpevole dello sfascio, stritolato tra mille pastoie burocratiche e orari di lavoro spesso illegali ed in più insultato, vilipeso, picchiato anche brutalmente”.

«Il rischio del fenomeno della “caccia al medico” è quello dell’assuefazione, tanto da parte dell’opinione pubblica quanto di quelle istituzioni che dovrebbero garantire la sicurezza di tutti i cittadini. Quelli che non rischiano l’assuefazione sono quelli che prendono le botte, non solo i medici ma tutti gli operatori che a vario titolo svolgono la propria attività nelle strutture sanitarie pubbliche, quelli che ogni mattina escono di casa per andare al lavoro e non sanno se quel giorno toccherà a loro di tornare a casa con un occhio pesto, un naso rotto e qualche livido qua e là, se tutto va bene. Loro no, il rischio di abituarsi a tutto questo non lo corrono di sicuro».

«E a volte al danno si aggiunge la beffa, con qualche goffo e azzardato tentativo di giustificare questi atti di brutalità invocando lo stato d’animo di un familiare al quale è stato “ucciso” un congiunto. Non solo quindi non si condanna adeguatamente l’episodio, ma ci si spinge oltre, provando a creare un alibi all’aggressore, una giustificazione alla violenza praticata da chi avrà magari subito un danno o forse lo suppone, ma che in nessun caso potrà mai essere scagionato dal ricorso a vendette sommarie e ad atti di violenza sui presunti responsabili del proprio dolore».

«Abbandonarsi al buonismo d’occasione nei confronti di questi criminali equivale ad una difesa d’ufficio della barbarie, vuol dire indulgere all’illegalità e all’impunità del reato, significa l’accettazione della violenza e con essa, la capitolazione morale di un’intera Società, dove il concetto di civiltà diventa impalpabile e sbiadito, i suoi contorni sempre più sfumati».

«Assistiamo sulla nostra pelle alla resa dello Stato, incapace di controllare il proprio territorio, di garantire gli standard minimi di sicurezza ai suoi cittadini, non in sperdute contrade di campagna, ma in pieno centro città e all’interno di strutture ospedaliere che dovrebbero essere sempre ben sorvegliate, per il bene di tutti».

«Tutto questo non può più essere accettato, né da chi quelle violenze le subisce né da chi le osserva da spettatore distante, ma soprattutto da chi dovrebbe avere il preciso compito di intervenire con fermezza e decisione per scongiurare che simili atti continuino ad accadere impunemente».

«E alla fine arrivano la solita inutile solidarietà e le vuote parole dei vertici delle aziende sanitarie, silenti e inermi fino a quel momento, dimentichi della propria diretta responsabilità nel garantire la tutela della salute e la sicurezza dei propri dipendenti».

«A costoro diciamo allora di tenersi strette solidarietà e pacche sulle spalle. Non abbiamo bisogno che la struttura per cui lavoriamo annunci di volersi costituire parte civile in processi che forse non verranno mai celebrati».

«A tutti i soggetti istituzionalmente preposti a garantire la nostra incolumità chiediamo soltanto di intervenire prontamente, prima che la situazione degeneri ulteriormente».

«Non stiamo chiedendo la luna, chiediamo sorveglianza e protezione sul posto di lavoro, forse anche per sbagliare di meno, sicuramente per lavorare con maggiore serenità senza doverci guardare costantemente le spalle dall’ennesimo nuovo assalto».

 

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