Cetty e Mario, sposi all’Hospice: «Qui abbiamo coronato il nostro sogno d’amore»

13 Agosto 2020

La video intervista di Insanitas all'interno dell'ospedale Civico di Palermo. «Il nostro matrimonio è stato emozionante. Con noi c'erano medici, infermieri: loro sono una famiglia».

di Lisa Sanfilippo

PALERMO. Si sono giurati amore eterno, Cetty Li Gammari e Mario Guaiana. E lo hanno fatto nel luogo che il destino ha scelto per loro: l’hospice dell’Arnas Civico.

Qui, al secondo piano del padiglione 10, dove suppellettili colorate e pareti dalle tonalità calde creano un’atmosfera confortevole e familiare, entrambi hanno pronunciato il loro sì, davanti all’equipe medica commossa, con gli occhi pieni di gioia.

La sala in cui i pazienti possono trascorrere del tempo assieme è diventata, in questa occasione, custode di un’unione speciale. C’erano i fiori, le fedi nuziali e naturalmente le emozioni, quelle autentiche, che il tempo non è in grado di scalfire. Il matrimonio si è svolto nel pieno rispetto delle norme anti-Covid.

«Abbiamo voluto una cerimonia religiosa», tiene a ribadire Mario, intervistato da Insanitas (clicca qui per il video) insieme a Cetty ed a Damiano Pepe (responsabile dell’hospice dell’Arnas Civico).

Lui, dopo la scoperta del carcinoma, trascorrendo le sue giornate in hospice, non ha mai smesso di avere fiducia nella volontà di Dio. Anzi, lo ringrazia per avergli dato la possibilità di sposare la sua Cetty.

«Per noi era importante realizzare questo nostro sogno davanti a Dio ed è grazie a lui che ci siamo riusciti- precisa- Qui ci hanno riempito di un grande affetto: è come trovarsi in un posto fuori dal mondo, in cui si apprezza ogni istante e si dà valore alle piccole cose che fanno grande la vita».

Anni addietro Mario ha sofferto la perdita della moglie. L’incontro con Cetty gli ha donato nuovamente il sorriso e gli ha ricordato che nella vita c’è sempre spazio per l’amore.

«Io e Cetty- racconta- ci conosciamo da più di trent’anni. Ci siamo però rincontrati, attraverso amicizie comuni, qualche anno fa, in occasione di una cena. Abbiamo cominciato a vederci, passando momenti bellissimi. Sembra di avere trascorso insieme una vita e invece un anno – aggiunge – lo festeggiamo il 28 agosto».

Neppure il tempo di ritrovarsi, che sopraggiunge il dramma: un male prende Mario. Da quel momento cambia la quotidianità, ma non viene meno il loro legame. Cetty è accanto a lui. Con lo sguardo e le parole, con il sorriso e le carezze. Così osservandoli vicini, si percepisce serenità e l’essenza di un amore che vince ogni cosa. Non si può fare a meno di riconoscere la bellezza sì di un sentimento, ma soprattutto di un valore da proteggere e sostenere.

Se poi a Cetty, dal carattere solare e sensibile, chiedi di raccontare il giorno del matrimonio, i suoi occhi diventano lucidi per l’emozione. E non risparmia parole di affetto e di ringraziamento per l’intera equipe medica che con dedizione li accompagna e li sostiene ogni giorno in questo periodo della loro vita.

«Il matrimonio- afferma Cetty- qui non è stato affatto triste. Non avrei mai pensato di vivere all’interno dell’hospice un momento così felice. Eppure è avvenuto, è stato emozionante, così toccante. Con noi c’erano medici, infermieri: loro sono una famiglia. L’amore per me è vivere il presente e oggi sono felice: sono contenta di avere realizzato il nostro sogno».

L’hospice dell’Arnas Civico è una struttura residenziale, creata per accogliere pazienti oncologici in fase avanzata di malattia o con una sintomatologia di una gravità tale da non potere essere assistiti a domicilio.

All’interno il paziente viene accompagnato con un appropriato sostegno medico, psicologico e spirituale. Un’assistenza personalizzata, dunque, che prevede, al contempo, anche un supporto per i familiari del malato, perché questi con la loro presenza svolgono un ruolo di primaria importanza, interagendo in maniera attiva con l’equipe sanitaria.

«Questa storia-  puntualizza Damiano Pepe, responsabile dell’hospice dell’Arnas Civico- è emblema di quella che qui è la nostra filosofia: prendersi cura delle persone significa garantire qualità e dignità alla vita del paziente. E quando mi riferisco al termine cura, intendo qualcosa di più profondo. Per definire la cura, la lingua italiana utilizza una sola parola. La lingua inglese, invece, utilizza due parole diverse, dove una sola vocale fa la differenza: to cure e to care. La prima, curare, coincide con il somministrare la terapia, invece to care, prendersi cura, è l’interessamento costante e sollecito nei confronti di qualcuno. In sostanza, corrisponde al processo di cura nella sua pienezza».

Inaugurato il 28 febbraio del 2005, sotto la direzione del professore Giorgio Trizzino, medico palermitano, fondatore della Samot (società per l’assistenza al malato oncologico terminale), l’hospice è anche, e soprattutto, un luogo testimone di storie di umanità, solidarietà e sentimenti.

«È prima di tutto luogo di vita», dice Trizzino, che ben quindici anni fa apriva le porte di questa struttura. «Non è la prima volta che in hospice vengono celebrati matrimoni. Il ruolo dell’equipe che assiste i malati, qui contraddistinta da un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, è fondamentale nel determinare le scelte che vanno fatte insieme al malato e alla sua famiglia».

«La sofferenza – continua Trizzino- diventa marginale quando il malato viene accolto, accompagnato, considerato parte integrante della stessa equipe e non un semplice ospite. Di fronte a questa storia non posso che ringraziare quanti hanno permesso di raggiungere questo risultato e tutti coloro che si battono ogni giorno per la dignità dei malati, che va preservata fino all’ultimo istante di vita. In tal senso, un ulteriore passo in avanti, è la recente istituzione della scuola di specializzazione in cure palliative. Siamo allora sulla buona strada – conclude – ma l’impegno continua, c’è ancora tanto da fare».

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