Carenza di personale negli ospedali, Razza: «Da Roma sia tolto il vecchio limite del tetto di spesa»

3 Dic 2018

L'appello dell'assessore al governo nazionale durante un convegno promosso dal Cimo sul tema delle aggressioni negli ospedali: «Sia permesso alle Regioni di sforare e di operare un'autonoma valutazione dell'utilizzo di propri fondi».

di Valentina Grasso

PALERMO. Aggressioni in ospedale in costante aumento, cause, effetti e soluzioni al fenomeno sono stati al centro del convegno organizzato dal CIMO presso dell’Ordine dei Medici di Palermo dal titolo “Emergenza violenza nelle strutture sanitarie: il diritto della garanzia, il dovere del fare”.

Un appuntamento che segue gli incontri coordinati a livello nazionale dal gruppo del sindacato dedicato alle emergenze-urgenze a cui prendono parte i medici di pronto soccorso e i medici del 118 iscritti al CIMO per sottolineare e risolvere le problematiche del settore.

Prima tra tutte la situazione del precariato in Sicilia sul quale ha fatto il punto l’assessore Ruggero Razza, sottolineando che, pur nelle difficoltà, il governo regionale ha dimostrato attenzione con i concorsi per MCAU (Dirigente Medico di Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza).

«Siamo disponibili a fare la nostra parte- ha affermato- nella misura in cui anche il governo nazionale metta la necessaria attenzione per la crescita del fondo sanitario regionale, che rischia un decremento già da quest’anno. Ma è necessario, soprattutto, che il governo superi quell’odiosa e inutile regola che ancora il tetto di spesa del personale al 2004 ridotto dell’1,4 per cento senza permettere alle regioni di sforare e operare un’autonoma valutazione dell’utilizzo di propri fondi, bloccando un Paese a una condizione di organici vecchia di 15 anni».

Attenzione anche alla medicina territoriale: «C’è poi il tema dei presidi di continuità territoriale e degli standard di sicurezza da adottare in tutte le guardie mediche siciliane. Abbiamo dato la possibilità a tutte le aziende ospedaliere provinciali di recuperare il tempo perduto- ha spiegato Razza- dotandole di risorse per ammodernare le strutture, alzare lo standard qualitativo di lavoro e predisporre quei presidi di sicurezza che dovevano essere già presenti da diversi anni. Oggi c’è una significativa evoluzione dei cinque presidi di controllo che ci ha portato quasi al 70 per cento della qualità delle strutture, soprattutto con riferimento alla sicurezza. Entro i primi mesi del 2019 il nostro impegno sarà la riqualificazione dell’intero sistema».

E ha aggiunto: «Il problema delle azioni di violenza nelle strutture sanitarie non è un fatto siciliano e investe tutte le regioni italiane da Nord a Sud. Abbiamo il dovere di comprendere come questo tipo di fenomeni possano essere arginati e la risposta al tema delle azioni di violenza è di tipo organizzativo».

«Grazie alla sensibilità dei prefetti siciliani- ha proseguito Razza- con i quali ci siamo spesso confrontati e in modo particolare grazie ai prefetti di Palermo e di Catania che hanno voluto convocare su richiesta del presidente della Regione dei comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica, abbiamo esaminato quali iniziative potevano essere assunte. Abbiamo quindi voluto dare  un contributo come un servizio di sorveglianza h24 all’interno delle strutture di pronto soccorso dove da qualche mese abbiamo visto abbassarsi il livello della pressione violenta».

Numerosi i temi di confronto tra cui l’impatto psicologico sugli operatori sanitari delle situazioni di violenza, la necessità di comunicare adeguatamente con i pazienti e tra gli stessi operatori per arginare i fenomeni di aggressione e il bisogno di irrobustire e valorizzare la medicina sul territorio per evitare il sovraffollamento dei pronti soccorsi e le lunghe liste d’attesa.

Note le principali cause dei fenomeni aggressivi: «Vediamo- spiega Guido Quici, presidente nazionale CIMO- la riduzione dell’offerta sanitaria, l’aumento dei tempi d’attesa e una cattiva organizzazione delle strutture sanitarie che facilitano il cittadino ad arrivare già arrabbiato”.

Gli effetti sono: «Una drastica riduzione negli ultimi anni dei medici, l’età media è aumentata sempre di più e il collega ha sempre di più la sensazione di entrare in una trincea dove deve difendersi dalle aggressioni o dalle denunce».

I rimedi sono di tue tipologie: «Educativi, creando- sottolinea Riccardo Spampinato, segretario regionale CIMO- delle strutture adatte e accoglienti per i pazienti con filtri ben precisi tra la zona d’attesa e quella dove si svolge l’attività sanitaria, garantire la presenza di professionisti nelle aree di emergenza e la tecnologia in ospedale».

Ma bisogna anche valutare gli interventi sanzionatori: «Chi compie un atto di violenza- conclude -deve essere perseguito nell’immediato e deve essere messo in condizione di non ripeterlo».

«Bisognerebbe ricominciare a parlare di Sanità come valore e come investimento di un Paese, non come uno spreco di risorse perché – ha spiegato Toti Amato, presidente dell’Ordine dei medici di Palermo- Chi aggredisce un medico, aggredisce tutta la collettività e l’intero Servizio sanitario pubblico. Perseverare nella sottostima dell’incidenza del precariato e dell’organico insufficiente nei fenomeni di aggressioni negli ospedali è gravissimo perché sono tra i motivi scatenanti che condizionano la qualità e la certezza delle cure. La vita ospedaliera spesso non conosce riposo e le ore di lavoro durissimo rendono difficile non solo la relazione medico paziente, ma anche tra professionisti. Attriti e tensioni tra colleghi alimentate dalla stanchezza per i turni massacranti a cui medici e personale sono obbligati per la carenza di personale».

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