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Cardiologia, per il messinese Micari una nuova sfida: andrà alla “Humanitas Gavazzeni”

6 agosto 2018

Dirigerà l'emodinamica della clinica bergamasca. Nel 2016 ha ricevuto a Las Vegas il premio “Vascular Career Advancement” promosso dalla Viva Phisicyan and Linc”, una delle più grandi associazioni scientifiche americane.

 

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Messinese di nascita e cardiologo di fama internazionale, Antonio Micari si occupa di arteriopatia periferica, carotidea e aortica. Per sette anni è stato il responsabile della cardiologia invasiva del “Maria Eleonora Hospital” di Palermo e poi è stato co-responsabile dell’emodinamica del “Maria Cecilia Hospital” di Cotignola (Ravenna), entrambi centri di eccellenza del gruppo di sanità privata “Gvm Care Research”.

Nel 2016 ha ricevuto a Las Vegas il premio “Vascular Career Advancement” promosso dalla Viva Phisicyan and Linc”, una delle più grandi associazioni scientifiche americane.

«Ho ricevuto questo premio alla carriera dedicato ai giovani sotto i quarant’anni che è un riconoscimento per la mia attività di ricerca sull’arteriopatia periferica, sul salvataggio d’arto e di piede diabetico- spiega Micari- In particolare il mio focus di ricerca è stato l’uso del pallone medicato, tecnologia comparsa nel 2008. Sono stato tra i primi al mondo ad usarlo e a raccogliere i dati, da qui sono nati diversi studi concepiti da me e studi multicentrici mondiali pubblicati poi su riviste settoriali di prestigio».

Adesso il giovane cardiologo siciliano si appresta ad iniziare una nuova importante tappa della sua vita lavorativa: dal tre settembre infatti prenderà servizio come responsabile dell’emodinamica della clinica “Humanitas Gavazzeni” di Bergamo ma al momento sta operando sul nostro territorio: «Sto prestando servizio a Messina perché ci sono tanti pazienti siciliani sofferenti e con problemi di mobilità, quindi vorrei aiutarli in loco ed evitare loro spostamenti importanti».

I viaggi della speranza, in questo settore specifico, sono dettati dalla mancanza di consapevolezza nella comunità e nei medici di prima linea, cosicché spesso i pazienti vengono trattati in uno stadio già grave delle malattie.

«Le persone giungono alla nostra osservazione con problemi consistenti. Noi spesso vediamo la punta dell’iceberg, quando in realtà la base è molto più larga. Bisogna portare avanti una politica sanitaria votata alla prevenzione e alla cura precoce- conclude il cardiologo- Se i diabetologi, i medici di famiglia e tutti coloro ai quali i malati si rivolgono prima di ricorrere a noi curassero i pazienti con consapevolezza, anche il trattamento offrirebbe un risultato migliore. Invece gli esiti dell’intervento e della prognosi, in uno stadio di malattia avanzata, possono cambiare in maniera drammatica».

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