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Giovanni Mazzola

ASP e Ospedali

Coronavirus

Caltanissetta, un anno dal primo caso Covid. Mazzola: «Travolti da un virus sconosciuto»

L’11 marzo del 2020 arrivava in pronto soccorso il primo paziente covid nisseno deceduto purtroppo poche ore dopo. La nostra intervista al primario di malattie infettive del Sant'Elia Giovanni Mazzola

Tempo di lettura: 5 minuti

L’11 marzo 2020 moriva il primo paziente covid di Caltanissetta. L’uomo, un biologo di 58 anni, era deceduto poche ore dopo il suo arrivo in pronto soccorso. Da alcuni giorni aveva la febbre. Poi le condizioni sono precipitate. Da allora in provincia di Caltanissetta sono morte 168 persone. Di contro i guariti sono già 6.514. Tra i protagonisti di questa lotta contro il covid il primario di Malattie Infettive dell’ospedale Sant’Elia Giovanni Mazzola.

È trascorso un anno esatto dall’inizio della pandemia qui a Caltanissetta. L’11 marzo del 2020 arrivava in pronto soccorso il primo paziente covid nisseno deceduto poche ore dopo. Come uomo e medico come ha vissuto la pandemia?
«La pandemia è stata vissuta da molti medici in modo drammatico, soprattutto nel corso della prima ondata; siamo stati travolti da un virus sconosciuto che provoca una patologia la cui gravità e complessità non immaginavamo neppure lontanamente. Inoltre la mancanza di armi efficaci per la cura e le problematiche connesse alla contagiosità di Sars-Cov 2 hanno determinato in noi sgomento e una sensazione di inadeguatezza nel contrasto efficace a questa nuova malattia.  Dal punto di vista umano il trauma maggiore per noi è di assistere impotenti al dolore e allo sconforto di molti pazienti anziani che rimangono in solitudine nelle loro stanze di isolamento e che a volte muoiono  in ospedale, lontano dai propri cari».

Come ha affrontato Caltanissetta la pandemia? Quanto è stato importante il contributo dei giovani medici?
«L’ASP di Caltanissetta, dopo un inizio difficile dovuto alla drammaticità degli eventi e alla iniziale carenza dei dispositivi di protezione, ha complessivamente gestito bene l’impatto epidemico. La Direzione Generale, affidata ad un ingegnere gestionale illuminato, ci ha permesso di superare gravi problematiche strutturali e di personale pre-esistenti. In pratica l’intera gestione del covid-19, ad esclusione della Rianimazione, è stata affidata alla nostra unità operativa con conseguente sgravio di tutti gli altri reparti dell’Ospedale Sant’Elia . Senza i giovani medici, assunti con i contratti libero-professionale e CoCoPro, non saremmo stati in grado di reggere il carico di lavoro. Giovani medici con grandi capacità professionali e notevoli doti umane e con un profondo senso del dovere, a cui rivolgo il mio ringraziamento, associandomi alle decine di pazienti che hanno espresso verso di loro profonda gratitudine in varie forme, anche pubblicamente».

Cosa è cambiato nella lotta contro il covid-19 rispetto all’inizio quando ancora nessuna terapia sembrava essere efficace? Cosa vi ha insegnato su questo virus l’esperienza sul campo?
«La seconda ondata ci ha trovato più preparati, abbiamo una maggiore conoscenza del comportamento del virus, delle dinamiche epidemiologiche e cliniche; abbiamo una maggiore consapevolezza delle modalità di trasmissione e abbiamo maggiori capacità organizzative per  l’isolamento dei pazienti e dei loro contatti. Purtroppo la maggior parte delle terapie si sono dimostrate inefficaci a cominciare dall’idrossiclorochina, ritenuta oggi anche dannosa; l’azitromicina, dapprima ritenuta utile, si è dimostrata  anch’essa  inefficace nei confronti del virus e pericolosa per le molteplici interazioni con altri farmaci e per le problematiche connesse al rischio di aritmie cardiache. E’ palese invece l’efficacia del cortisone nel ridurre la mortalità ma soltanto nei pazienti in ossigeno terapia, mentre nei pazienti domiciliari il cortisone si è rivelato estremamente dannoso con evidenza scientifica. Di sicura utilità, ma solo nei pazienti ricoverati, è la terapia anticoagulante con eparina a basso peso molecolare. Remdesivir è un farmaco antivirale con efficacia marginale. Voglio sottolineare invece la dimostrata inutilità del plasma iperimmune che molti familiari continuano a richiedere per i loro parenti ricoverati, in assenza di qualsiasi dato scientifico definitivo. Anche gli anticorpi monoclonali, molto costosi, ad oggi non hanno ancora mostrato di modificare significativamente la storia naturale della malattia. Abbiamo quindi imparato sul campo a non utilizzare terapie empiriche contro il coronavirus , incoerenti con la medicina moderna basata sull’evidenza; il rischio che in questi mesi alcune cure siano state causa di danno anziché di beneficio per i pazienti  è molto probabile e questo sarà oggetto di vivace dibattito  scientifico post-pandemia».

Adesso si teme una terza ondata in Sicilia e anche qui sono arrivate le varianti. A cosa dobbiamo prepararci e cosa cambia?
«La circolazione delle varianti anche nel nostro territorio è certa; la variante inglese diventerà presto predominante rispetto al ceppo originale di Wuan. Riguardo ai rischi, la preoccupazione maggiore risiede nell’ elevata capacità di trasmissione dei “nuovi virus” soprattutto tra i giovani e i bambini . Tuttavia non sembra che le varianti di Sars-Cov 2 abbiano una aggressività intriseca maggiore ma va da sé che la più alta contagiosità avrà come conseguenza un maggior numero di pazienti ricoverati. La sensibilità ai vaccini della variante inglese è stata ampiamente dimostrata mentre esistono forti dubbi sull’ efficacia degli attuali vaccini nei confronti delle varianti sud-africana e brasiliana. Esiste anche una ragionevole probabilità di re-infezione di pazienti guariti ad opera dei   nuovi ceppi virali. Dal punto di vista della gestione clinica non cambia molto rispetto al passato ma epidemiologicamente è fondamentale procedere al tracciamento delle varianti mediante il sequenziamento genetico (che purtroppo in atto viene effettuato solo da pochi laboratori in Sicilia)».

Da gennaio ormai è iniziata la campagna vaccinale. Quando secondo lei potremmo tornare alla normalità?
«Ci avvicineremo alla normalità soltanto quando saremo in grado di raggiungere l’immunità di gregge e cioè quando la copertura vaccinale raggiungerà almeno il 70% della popolazione. Questo sempre se saremo in grado di vaccinare velocemente e prima che si selezionino ulteriori varianti virali che potrebbero sfuggire ai vaccini. E’ probabile che nel futuro dovremo effettuare delle immunizzazioni periodiche (annualmente) con vaccini modificati allo scopo di coprire tutte le trasformazioni genetiche del virus. Non sono sicuro che le nostre abitudini di vita “quo ante” saranno possibili prima di 2 o 3 anni».

Mascherine, distanziamento e disinfezione della mani. Sono abitudini che, dopo questa esperienza, rimarranno una costante nella nostra vita?
«Penso che i comportamenti che garantiscono la protezione individuale e collettiva diventeranno patrimonio dell’umanità sia come conseguenza di questa drammatica esperienza sia in relazione alla consapevolezza di future possibili pandemie».

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