Bimbi con malattie gastro-intestinali, ecco i rischi ai tempi del Coronavirus

18 Aprile 2020

Il tema è al centro di una pubblicazione coordinata dal prof. Claudio Romano, del Dipartimento di Patologia Umana e dell’Età Evolutiva dell’Università di Messina, editata attraverso la prestigiosa rivista “Digestive and Liver Disease ”.

 

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SARS- COVID-19 in bambini con malattie croniche gastro-intestinali è il tema della pubblicazione le “Sfide nelle malattie infiammatorie pediatriche intestinali nel periodo COVID-19”, coordinata dal prof. Claudio Romano (nella foto), del Dipartimento di Patologia Umana e dell’Età Evolutiva dell’Università di Messina, editata attraverso la prestigiosa rivista Digestive and Liver Disease .

La pubblicazione nasce dalla sinergia tra i ricercatori Unime, l’Università “La Sapienza” di Roma e l’Università “Federico II” di Napoli ed è un’importante contributo alla letteratura scientifica internazionale, in quanto indica le modalità di gestione di questo tipo di pazienti e delle relative terapie con farmaci immunomodulatori.

Inoltre è attivo un Registro Internazionale per pazienti pediatrici con Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali e COVID-19 con la segnalazione in atto di 19 casi di grado lieve e con prognosi buona.

Sono stati descritti anche pochi casi di COVID-19 in bambini e adolescenti (circa 1% dei totali), con un tasso di mortalità nullo nel gruppo 0-10 anni e 0,2% nel gruppo 10-19 anni. I documenti pubblicati sulle malattie infiammatorie croniche gastrointestinali e COVID-19 hanno riguardato, tuttavia, quasi esclusivamente la popolazione adulta.

Numerose società scientifiche europee sottolineano che  i bambini (0-16 anni) con MICI hanno necessità di cure ed assistenza nonostante le limitazioni di accesso ospedaliero vigenti.

Le MICI sono la patologia cronica più diffusa nella popolazione pediatrica dei Paesi ad alto grado di sviluppo e oltre il 30% di questi piccoli pazienti è in terapia con farmaci immunosoppressori e biologici che in teoria sopprimono le difese immunitarie.

I pazienti pediatrici potrebbero essere esposti ad un maggior rischio infettivo durante COVID-19, a causa del loro peculiare spettro di comorbidità, ma mancano indicazioni specifiche dalla letteratura internazionale.

Questo documento ha proprio l’obiettivo di colmare tale gap per rispondere ad alcuni quesiti rilevanti, come, ad esempio, se vadano sospese le terapie con farmaci immunosoppressori e se possano essere utilizzati farmaci steroidi.

Domande che rimbalzano su tutti i Centri di riferimento per queste patologie pediatriche, tra cui quello di Messina, che segue circa 300 bambini affetti da tali patologie.

«I pazienti con malattia infiammatoria intestinale- chiarisce il prof. Claudio Romano– hanno un aumentato rischio di infezioni, in particolare opportunistiche, a causa di una compromissione immunologica multifattoriale. Il nuovo coronavirus sembra disregolare la risposta immunitaria negli individui infetti, principalmente agendo sui linfociti, in particolare sulle cellule T. I pazienti con MICI possono essere più sensibili al COVID-19, ma finora i casi segnalati sono pochi e con decorso clinico benigno».

Il prof. Romano aggiunge: «Il nostro scopo è stato affrontare le principali preoccupazioni dei pazienti pediatrici con MICI durante l’epidemia di COVID-19, prendendo in considerazione le caratteristiche della loro malattia e lo spettro di comorbilità. Maggiori fattori di rischio per le infezioni in questi bambini sono rappresentate dalle forme, rare, associate a disturbi monogenici, tra cui molte immunodeficienze primarie, l’età di esordio precoce di malattia, il cattivo stato nutrizionale e, soprattutto, rispetto agli adulti, alla necessità più frequente di ricorrere a farmaci steroidei».

«Attualmente- continua Romano- nessuna evidenza supporta la sospensione del trattamento con farmaci biologici in casi lievi o moderati di COVID-19, né nei bambini che vivono in un’area endemica, anche a causa del periodo lungo di washout della maggior parte degli immunomodulatori (come azatioprina, metotrexato) e farmaci biologici. Un’eccezione potrebbe essere sollevata dal trattamento con steroidi: nelle MICI pediatriche diversi studi hanno dimostrato che presentano un rischio più elevato di infezioni rispetto a fattore di necrosi antitumorale (TNF) -α, mentre il rischio di immunomodulatori e agenti anti-TNF-α, somministrati da soli, sembra essere controllabile. Pertanto, l’interruzione o la riduzione del trattamento con steroidi durante l’epidemia di COVID-19 può essere ragionevole. Forse un rischio di infezione è generalmente più elevato in caso di terapia di combinazione (biologici più immunomodulatori) in pazienti adulti e pediatrici con IBD».

In uno studio su pazienti pediatrici con MICI trattati con infliximab, si sono verificate più infezioni in coloro che facevano uso di più farmaci immunomodulatori.

Romano evidenzia: «È  in discussione se questo sia il momento più appropriato per iniziare un trattamento immunomodulatore. L’effetto immunosoppressivo di questi farmaci non deve essere trascurato, poiché in teoria può aumentare il rischio di complicanze infettive e promuovere la diffusione di COVID-19. Tuttavia, un bambino con malattia attiva, e non trattata, ha probabilmente maggiori fattori di rischio verso ogni tipo di infezione, compresa quella da SARS-CoV-19».

«In attesa di dati più specifici circa il rally genetico nei pazienti pediatrici in terapia immunosoppressiva, sembra ragionevole- conclude Romano- valutare attentamente il rapporto rischi/benefici del trattamento con immunomodulatori e biologici, in particolare nelle aree ad alto tasso di infezione, o focolai, e applicare una valutazione del rischio individuale, evitando di rinviare l’inizio di un nuovo trattamento o di aumentare la dose di un trattamento in corso in caso di gravi riacutizzazioni della malattia. Per i pazienti che assumono farmaci biologici, si potrebbe incoraggiare il passaggio a farmaci per autoiniezione sottocutanea a casa, allo scopo di limitare gli appuntamenti in ospedale, o se non sono disponibili, farmaci per via endovenosa».

Il possibile coinvolgimento del sistema gastrointestinale– nel bambino con sintomi quali i dolori addominali, la diarrea (3,8%), nausea e vomito (5%)- nell’infezione SARS-CoV-2 è suffragato da numerose segnalazioni, sebbene la presentazione clinica più comune del Coronavirus sia quella di una malattia respiratoria.

In casi con sospetti sintomi di COVID-19, una valutazione medica tempestiva e un attento follow-up sono cruciali, dunque, ma solo se confermata la presenza di infezione COVID-19  si può considerare l’ipotesi di interruzione di tutti i trattamenti immunosoppressivi e biologici, come raccomandato durante qualsiasi infezione grave.

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