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Bandi di assunzione deserti, il racconto degli infermieri: «Ecco perché rinunciamo»

23 Ottobre 2020

«Le tipologie di contratto proposte dalle aziende in certi casi offrono pochissime tutele e scoraggiano gli infermieri», afferma Alfredo Guerriero, dirigente sindacale del Nursind Palermo.

 

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PALERMO. Un bando dedicato agli infermieri pubblicato dall’ASP di Palermo ed andato praticamente deserto (leggi qui). Ennesimo campanello di allarme su un sistema di reclutamento del personale che, evidentemente, non riesce a suscitare l’interesse di chi, appartenente alla categoria della dirigenza medica o del comparto sanità, potrebbe essere assunto per contribuire a risolvere la cronica carenza di personale in corsia.

Ma perché i bandi vanno deserti? Perché opportunità di lavoro vengono scartate a priori anche da un generazione ormai abituata al precariato? Lo abbiamo chiesto ad alcuni giovani infermieri.

Francesca lavora in Sicilia, in una RSA. «Sarei felice di lavorare in un Ospedale, anche e soprattutto in un periodo come questo, durante il quale la nostra professionalità è quanto mai preziosa. Ma a fronte di prestazioni ad alto rischio il più delle volte vengono proposti contratti a tempo determinato, per pochi mesi, spesso a Partita IVA. Il che significa che se ci ammaliamo non abbiamo nessuna garanzia, nessun diritto. La verità è che, così come vengono concepiti, questi avvisi possono trovare l’interesse solo di qualche collega neolaureato che, se non ha altre prospettive accetta, anche perché ha l’occasione di imparare tanto. Ma chi ha un minimo di esperienza, ha un lavoro, anche precario, non accetterà mai una proposta che è limitata nel tempo, condizionata alla persistenza della pandemia e spesso totalmente priva anche di indennità di rischio».

Poi aggiunge: «Credo che come categoria abbiamo dato prova di grande responsabilità nella prima ondata pandemica. Ci siamo fatti trovare pronti e disponibili, ma adesso sono passati mesi, abbiamo bisogno di riconoscimenti che non posso essere solo la pacca sulla spalla durante il periodo covid e poi arrivederci e grazie, com’è già capitato a tanti colleghi».

Vincenzo invece ha preso un volo di sola andata per l’Irlanda. «Qui i livelli retributivi sono decisamente più adeguati. Non solo, la struttura ospedaliera dove lavoro investe su di me, mi paga il master per la specializzazione e mi concede i permessi studio ed in cambio di questo mi chiede ciò che sembra impossibile ottenere in Italia: la garanzia di rimanere sul posto di lavoro per diversi anni. Insomma un mondo al contrario».

Così, con stipendi più alti, indennità di rischio più alte, contratti a tempo indeterminato, master pagati e permessi studio, l’emorragia di infermieri verso i paesi del nord Europa si fa sempre più copiosa, contribuendo a svuotare le nostre corsie.

«Oltre al livello retributivo più adeguato- fa notare Vincenzo- c’è dell’altro. In primo luogo, per quanto mi riguarda, è stato determinate il riconoscimento professionale e la possibilità di fare carriera anche manageriale. Qui ti danno la possibilità di scegliere il tuo percorso, cosa molto più difficile in Italia. Qui in Irlanda ho fatto il master di primo livello in emergenza urgenza, pagato dall’Ospedale per il quale lavoro, ora sto facendo quello di secondo livello, del costo di 9 mila euro, sempre pagato da loro. In Italia ormai molti miei colleghi prendono i master sulle piattaforme on line, con tirocini da 30 ore fatti in modo a dir poco superficiale. Ed il più delle volte non lo si fa per convinzione ma per avere quel punto e mezzo che tornerà utile in un futuro eventuale concorso e poi magari, a fronte di un master fatto per il pronto soccorso, ti ritrovi a lavorare in tutt’altro reparto, dove occorrono competenze specifiche che non hai e che sei costretto ad imparare sul campo, mettendo a rischio te stesso ed i pazienti. Ed ancora, anche qui c’è il fenomeno del precariato, del lavoro agile ma, attraverso le agenzie interinali, ti pagano il triplo».

«Per carità – conclude Vincenzo, non nascondendo la nostalgia di casa – non voglio certo dire che qui sono tutte rose e fiori, non per niente l’Irlanda è il primo paese purtroppo ad aver disposto nuovamente il lock down, ma se c’è un problema che questo Paese non ha è quello della carenza di medici e infermieri. Evidentemente negli anni si è fatta una buona programmazione».

Sul tema interviene anche Alfredo Guerriero, dirigente sindacale del Nursind Palermo, che ribadisce: «Purtroppo le tipologie di contratto proposte dalle aziende in certi casi offrono pochissime tutele e scoraggiano gli infermieri. Il rapporto tra infermieri e pazienti anche nei reparti covid è al limite e i lavoratori sono costretti a turni stressanti».

E qui si apre un altro tema strettamente legato alla carenza di personale negli ospedali. Quello dei limiti imposti dalla normativa europea ai turni di lavoro. Le “famose” 11 ore di riposo tra una giornata lavorativa e l’altra, con almeno 24 ore di riposo ininterrotte ogni 7 giorni di lavoro. Per altro la Direttiva Europea fa un preciso riferimento alla consecutività e congruità del riposo, e non alla sommatoria delle ore riposate nell’arco delle 24. Insomma, 11 ore di riposo, ogni giorno, non 7 oggi e 15 domani. Il che significa, in altre parole, che richiedere al personale sanitario prestazioni aggiuntive su base volontaria è un bel rischio.

La sindrome di burnout è dietro l’angolo, specie in un contesto altamente stressante come quello della lotta contro una pandemia. Esaurimento emotivo, irrequietezza, apatia, senso di frustrazione, tipici del burnout che incombe su medici, infermieri, personale sanitario, possono innescare un circolo vizioso che rischia di far scendere a livelli minimi la qualità assistenziale. Un rischio che mai come in questo momento proprio non possiamo permetterci.

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