Assenze del lavoratore per malattie e visite fiscali: ecco un vademecum sulla reperibilità

10 Luglio 2016

Intervista di Insanitas al dottore Massimiliano Cascio, specialista in Medicina del Lavoro, per fare chiarezza su un tema complesso.

 

di

Le assenze del lavoratore per malattia rappresentano un tema complesso, su cui insiste spesso un corredo di credenze non sempre attendibili, circa la reperibilità per visite fiscali. Quest’ultima invece è governata da regole ben precise che non impediscono al lavoratore di uscire in determinati casi e orari. Esistono poi, oltre alle fasce orarie, alcune malattie per le quali non è necessaria la reperibilità, poiché non richiedono, per la loro natura, di restare a letto tutto il giorno. Accanto alla legislazione sul tema, costituiscono parametro anche le sentenze di Cassazione.

«L’obbligo di reperibilità del lavoratore- spiega il dr. Massimiliano Cascio, specialista in Medicina del Lavoro– durante le fasce orarie prescritte dalla legge è imposto solo ai fini della cosiddetta visita fiscale; una volta, dunque, che il medico dell’Inps abbia effettuato il controllo, il lavoratore può uscire liberamente di casa, a condizione che ciò non comprometta la sua guarigione».

Sul punto già una pronuncia di Cassazione, la n. 21/2008 (sez. giurisdizionale per la regione Trentino Alto-Adige) si era orientata nel senso di ritenere sanzionabile, a livello disciplinare, il dipendente che non si faccia trovare dal medico dell’Inps, ribadendo però che una volta che è andato via il medico fiscale, il dipendente non ha più l’obbligo della reperibilità e si può assentare dalla propria dimora, intervenendo nel caso di un lavoratore che era uscito immediatamente dopo la visita fiscale e, per questo, veniva sanzionato dall’Inps e dal datore di lavoro, che hanno però avuto torto di fronte agli Ermellini.

Il lavoratore può allontanarsi dunque dal proprio domicilio una volta avvenuta la visita fiscale, purché, ovviamente, così facendo, egli non comprometta la propria guarigione (il dipendente, infatti, ha il dovere giuridico- sanzionabile dall’azienda- di non allungare i tempi del rientro sul posto di lavoro).

«Bisogna, perciò, fare alcune distinzioni- precisa il dr. Cascio- Così chi, ad esempio, è in malattia per un braccio ingessato, ben potrebbe, dopo la visita fiscale, fare una passeggiata lungo il parco; non potrebbe però farlo se, invece, la malattia consistesse in una grave bronchite, poiché costituisce applicazione del dovere di fedeltà che lega il lavoratore all’azienda “il dovere giuridico” di guarire nel più ragionevole tempo possibile, al fine di non pregiudicare le necessità aziendali. Vale a dire che il dipendente non deve compiere quelle attività che potrebbero rallentare la guarigione o comportare ricadute, pena il possibile licenziamento per giusta causa».

«La mancata reperibilità alla visita fiscale- continua l’esperto di medicina del lavoro- anche se la malattia non è simulata, ma è effettivamente esistente, è un fatto in sé sanzionabile (salvo valide giustificazioni), anche a prescindere dal successivo comportamento del lavoratore che si presenti per la visita ambulatoriale. Fermo sempre il limite di non compromettere la guarigione e di non farsi trovare a casa per la visita fiscale, nulla vieta di uscire, però, dopo che essa è stata effettuata».

Può capitare che un lavoratore abbia esigenza di allontanarsi da casa per motivi urgenti ed importanti. Sul punto, la sentenza della Cassazione del 19 febbraio 2016, n. 3294, ha fissato alcuni parametri per non generare disordini in materia di reperibilità: al lavoratore è consentito assentarsi da casa durante gli orari in cui dovrebbe invece essere reperibile, ma solo per motivi urgenti e indifferibili (cosiddetto “giustificato motivo”).

Anche quando sussistono detti motivi urgenti e indifferibili, l’assenza dall’abitazione, durante gli orari di reperibilità, va prima comunicata al datore di lavoro e all’Inps, che è tenuto al controllo. Tale preventiva comunicazione può essere evitata solo se ricorrono gravi e indifferibili ragioni. Il lavoratore deve, quindi, dimostrare l’impossibilità di avvisare il datore di lavoro e l’Inps della repentina uscita di casa.

Il lavoratore- rileva la Cassazione- si considera “assente” non solo quando non è presente presso l’abitazione, ma anche quando, in qualsiasi modo, impedisca la visita di controllo. Si pensi al caso in cui il nome del malato non sia rinvenibile sul citofono; all’ipotesi in cui il citofono stesso sia rotto e nessuno risponda; o, ancora, al fatto che sussista una patologia auditiva che ha impedito di sentire il campanello. In tutti questi casi, il lavoratore si considera comunque assente ingiustificato. Ovvero, l’assenza può coincidere con qualsiasi condotta che impedisca l’esecuzione del controllo sanitario, per incuria, negligenza o qualsiasi altro motivo non apprezzabile sul piano giuridico e sociale.

L’ingiustificata assenza del lavoratore alla visita di controllo comporta la decadenza dal diritto al trattamento economico per malattia. Nel caso di assenza alla prima visita si incorre nella perdita totale di qualsiasi trattamento economico; alla seconda visita di controllo (che può essere sia la visita medica domiciliare, sia la visita medica ambulatoriale) oltre alla precedente sanzione, scatta la riduzione del 50% del trattamento economico per il residuo periodo; alla terza visita a cui si risulta non presenti, l’erogazione dell’indennità economica previdenziale a carico dell’INPS viene interrotta da quel momento e fino al termine del periodo di malattia: il caso si configura come mancato riconoscimento della malattia ai fini della corresponsione della relativa indennità.

«Secondo un’altra importante sentenza della Cassazione, forse meno nota- sottolinea il dr. Cascio- il medico dell’Inps non può effettuare più di una visita di controllo nell’arco della stessa giornata».

La più attuale giurisprudenza ha inoltre precisato che il datore di lavoro non potrebbe chiedere, nell’arco della stessa malattia, più visite fiscali al solo scopo di molestare il dipendente. «Con una pronuncia recente- aggiunge il dr. Cascio- la Cassazione ha anche chiarito che le incombenze personali svolte fuori casa non ritardano la guarigione né si possono equiparare alle prestazioni di lavoro. Pertanto, è illegittimo il licenziamento del dipendente che, durante l’assenza per infortunio, si sia allontanato da casa per svolgere attività di natura privata. I giudici hanno dato torto a un datore di lavoro che aveva licenziato una dipendente per essersi allontanata, durante una prolungata assenza dal lavoro per via di un infortunio, dalla sua abitazione, al fine di svolgere alcune attività personali».

Come s’interpreta attività personali? «Devono essere- evidenzia il dr. Cascio- attività compatibili con la malattia, ovvero, per considerare lecito il comportamento del lavoratore, che esce di casa dopo la visita fiscale, è necessario accertare la compatibilità tra le attività extralavorative che questi svolge all’esterno e le sue condizioni di salute; bisogna cioè verificare che tali incombenze di natura personale non ritardino, in qualche modo, la guarigione del dipendente».

«Inoltre, è necessario che tali attività, quanto all’impegno che richiedono, non si possano equiparare alle normali prestazioni di lavoro, poiché queste ultime, prevedono vincoli e orari di maggior rilievo. Per esempio, il lavoratore che svolge attività di autista, se è in malattia per un intervento agli occhi, potrebbe mettersi ugualmente alla guida per svolgere compiti personali, ma se ciò avviene isolatamente e per un frangente breve. La Corte rileva, infatti, che il dipendente che esce di casa per svolgere compiti personali (come per esempio fare la spesa) può gestire l’attività fisica con maggiore elasticità rispetto al lavoro, magari alternando riposi ad intervalli regolari al fine di non affaticare troppo l’organo o apparato interessato».

«L’articolo 69 del Decreto Legislativo 150/2009 e l’articolo 25 del D.L. 151/2015 – afferma l’esperto – hanno escluso dall’obbligo della visita fiscale, e quindi dall’obbligo di reperibilità, i soli dipendenti pubblici per i quali l’assenza dal posto di lavoro sia determinata da una serie di cause e motivi tali da non dover rispettare alcun obbligo di orari. Le cause e i motivi che determinano l’esclusione dalla visita fiscale sono: patologie gravi che richiedono terapie salvavita, infortuni sul lavoro, malattie per le quali è stata riconosciuta la causa di servizio, stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta».

Cosa s’intende incluso, dunque, negli stati patologici connessi a invalidità riconosciuta che escludono il dipendente dall’obbligo di reperibilità delle visite fiscali? «Tutte- conclude lo specialista in medicina del Lavoro- le menomazioni congenite o acquisite, anche di carattere progressivo e le insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali, che determinano una riduzione della capacità lavorativa in misura superiore a 1/3 (sordomuti o ciechi civili per es.)».

Il Decreto dell’11 gennaio 2016, adottato dal Ministero del Lavoro contiene, infine, integrazioni e modificazioni alla legge sulle visite mediche di controllo dei lavoratori da parte dell’Inps (cosiddette visite fiscali). L’obiettivo della nuova normativa è quello di garantire l’esenzione dalla reperibilità di determinate fasce di lavoratori proprio per via della stessa gravità della patologia e delle cure che essa comporta.

In particolare, il Decreto dispone l’esclusione dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità per i lavoratori subordinati, dipendenti dai datori di lavoro privati, per cui l’assenza è riconducibile a: patologie gravi che richiedono terapie salvavita (si tratta, ad esempio, delle cure chemioterapiche); stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta (l’invalidità deve aver determinato una riduzione della capacità lavorativa, in misura pari ad almeno il 67%). Le patologie devono risultare da idonea documentazione, rilasciata dalle competenti strutture sanitarie, che deve attestare la natura della patologia e la specifica terapia salvavita da effettuare.

Le nuove regole sono in vigore dal 22 gennaio 2016. I nuovi casi di esenzione si aggiungono a quelli già previsti dalla precedente normativa, ossia: malattie nelle quali è a rischio la vita del lavoratore; infortunio sul lavoro; patologie per causa di servizio; gravidanza a rischio; patologie collegate all’invalidità riconosciuta.

Le fasce di reperibilità sono attualmente così definite: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 per i dipendenti pubblici; dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 per i dipendenti privati e la reperibilità vale 7 giorni su 7 inclusi sabato, domenica, festivi e prefestivi.

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE...

Seguici su Facebook

Made with by DRTADV