Anticorpi monoclonali, l’infettivologo: «Il via libera fondamentale per la cura del Coronavirus»

4 Febbraio 2021

L'intervista di Insanitas a Lorenzo Mondello, che commenta l'autorizzazione data dall'Aifa per l'utilizzo in Italia.

 

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PALERMO. Ieri è arrivato il via libera per utilizzare anche in Italia due anticorpi monoclonali contro il Coronavirus.  Lo ha dato l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) relativamente a quelli prodotti da Regeneron (Casirivimab/Imdevimab) e da Eli Lilly (Bamlanivimab/Etesevimab) potranno essere usati in fase precoce (entro le 72 ore) per una categoria selezionata di pazienti, cioè quelli ad alto rischio per età e patologie.

Il costo è di circa 2.000 euro a dose, equivalente alla spesa di un solo giorno in ricovero ospedaliero. Insanitas ne ha parlato con Lorenzo Mondello (nella foto), infettivologo ed epatologo, già direttore di “Malattie infettive” dell’ospedale “Papardo” e attuale infettivologo del gruppo “Giomi” di Messina.

Finalmente l’Aifa ha autorizzato l’uso in Italia degli anticorpi monoclonali
«Sono molto soddisfatto di questa notizia, perché era necessario e fondamentale. Ne auspico l’utilizzo in una fase precoce della malattia quando c’è il virus nel sangue».

Cosa sono gli anticorpi monoclonali?
«Sono la copia realizzata dall’industria della biologia molecolare dell’anticorpo presente nel siero iperimmune del guarito da Covid-19. In altre parole, sono gli anticorpi neutralizzanti, quindi gli IgG, copiati dall’industria farmaceutica».

Il meccanismo sarebbe lo stesso del plasma iperimmune?
«Sì, solo che in questo caso non ci sono limiti. Il plasma iperimmune deriva da una donazione da parte del guarito, su cui poi si effettua un intervento di plasmaferesi, isolando la parte corpuscolata del sangue (si eliminano i globuli rossi e le piastrine che vengono restituite al donatore) e lasciando solo la parte liquida del sangue, ovvero il plasma. È chiaro che non essendo legati alla donazione, gli anticorpi monoclonali possono essere prodotti su larga scala senza limiti, per cui diventano immediatamente fruibili, con prospettive di utilizzo domiciliare. Anche il siero iperimmune secondo me si utilizza tardivamente. Gli anticorpi infatti devono legare l’antigene specifico, rappresentato dal virus. Pertanto noi dovremmo utilizzare il siero iperimmune e gli anticorpi monoclonali in una fase precoce cioè quella viremica, quando c’è la presenza del virus nel sangue»

In questo modo si dovrebbe dare a tutti a prescindere dalla gravita della malattia?
«Si può fare sempre una distinzione e si possono stabilire criteri, atteso che si tratta di un prodotto industriale non abbiamo dei limiti come nel caso del plasma iperimmune legato alle scorte. Però, è chiaro che se c’è il paziente paucisintomatico o asintomatico possiamo risparmiare gli anticorpi monoclonali per tutta una serie di motivi, ma se abbiamo il paziente febbrile, ovviamente parlo di una febbre iniziale e non di una febbre successiva complicata dalla sovrapposizione dei batteri, noi abbiamo la prova del nove che il virus è presente nel sangue ed è questo il momento con cui noi dobbiamo agire con questo “antidoto” ovvero l’anticorpo specifico. Il miglioramento sarebbe quasi immediato, nel giro di un paio di ore».

Perché l’anticorpo monoclonale uccide il virus…
«Sì, lo neutralizza. Perché l’anticorpo rispetto all’antigene corrispondente ha una specificità, un legame stabile, per cui una volta che lega il virus lo inibisce».

Secondo lei sono stati spesi più tempo e denaro per il vaccino a scapito della cura?
«Sono stati spesi più soldi per i vaccini e, finora, si è portata avanti una politica pro-vaccini, specialmente in Italia. L’odierna autorizzazione dell’Aifa è una inversione di tendenza che definirei politica, non a caso cade proprio alla vigilia della formazione di un nuovo governo che forse sarà di più ampio respiro».

Vaccini e anticorpi monoclonali possono andare di pari passo? Si può agire su entrambi i fronti?
«Certamente sì, perché comunque stiamo registrando la lentezza della campagna vaccinale e non dobbiamo perdere di vista la cura precoce domiciliare, questa è la chiave di volta che fa la differenza tra la vita e la morte. La partita non si gioca in ospedale, dove il paziente arriva già fortemente compromesso, soprattutto se va in terapia intensiva. Sono due cose parallele che ci consentiranno di riprendere la normale vita civile, sociale ed economica. Quindi il pensiero che ci sia già una cura specifica dopo 11 mesi può portare ottimismo. La terapia intensiva non deve essere il rimedio e non si può dare il siero iperimmune quando il malato è già compromesso a livello polmonare, perché non c’è più il virus nel sangue».

Dal momento in cui è stato provato che gli anticorpi monoclonali funzionano, proviamo allo stesso tempo che anche il plasma iperimmune funziona…
«Sì funziona, il problema è la tempistica. Se noi somministriamo l’anticorpo quando il virus non c’è più e il paziente ha già sviluppato le IgG possibilmente può essere pure controproducente perché va a depositarsi a livello dei reni, danneggiandoli. Ogni terapia va fatta al momento giusto».

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