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Antibiotico-resistenza, Mularoni (Ismett): «Ecco come prevenirla e contrastarla»

L'intervista di Insanitas all'infettivologa su una delle principali cause di morte in tutto il mondo, come confermato recentemente da uno studio pubblicato su Lancet.

Tempo di lettura: 6 minuti

È diventata in breve tempo una delle principali cause di morte in tutto il mondo, uccidendo circa 3.500 persone al giorno: parliamo della resistenza antimicrobica (antimicrobial resistance – AMR) chiamata più comunemente antibiotico-resistenza. La cruda analisi che copre più di 200 paesi e territori pubblicata su Lancet ha dimostrato che l’AMR sta uccidendo più persone dell’HIV/AIDS o della malaria. Molte centinaia di migliaia di decessi si verificano a causa di infezioni comuni precedentemente curabili, perché i batteri che le causano sono diventati resistenti al trattamento. Insanitas ha parlato delle cause del fenomeno e delle strategie per combatterlo con Alessandra Mularoni (nella foto), infettivologa dell’Ismett di Palermo.

Dottoressa partiamo dalla base, cosa è la resistenza antimicrobica e da cosa è causata?
«Parlando di resistenza agli antimicrobici in generale, ci riferiamo agli antibatterici, antifungini, antivirali e antiparassitari. Il fenomeno è causato da un microrganismo che diventa resistente all’attività di un determinato farmaco antimicrobico, il quale normalmente era efficace per il trattamento delle infezioni determinate da questo microrganismo. L’aumento della resistenza è dovuto alla trasformazione dei ceppi patogeni generata dall’evoluzione naturale della specie. Quando noi ci confrontiamo con le malattie infettive e, quindi, con i microrganismi, questi possono evolvere e mutare il loro corredo genetico, sviluppando tecniche e strategie che proteggono il patogeno (batterio, fungo, virus o parassita) dall’azione dei farmaci. È un meccanismo di competizione biologica, come è successo con la variante Omicron che è molto più diffusibile, per cui ha preso il sopravvento».

Secondo uno studio pubblicato il mese scorso su Lancet l’antibiotico resistenza è diventata la principale causa di morte al mondo. Quali sono i dati raccolti in merito?
«Nello specifico parliamo di antibiotico resistenza perché questo fenomeno è legato maggiormente ai batteri, tanto che il tema è entrato tra le priorità dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità). In pratica noi abbiamo dei farmaci che utilizziamo in modo eccessivo, per cui i batteri si evolvono e non sono più sensibili a quel farmaco. A questo punto una infezione che prima era trattabile con un antibiotico “normale”, da assumere oralmente a domicilio, è una infezione che non risponde più ed è potenzialmente fatale. L’Italia e, soprattutto, il bacino del Mediterraneo è un’area con un’elevata percentuale di resistenza ai patogeni. Ciò viene rilevato attraverso degli studi di sorveglianza in cui ogni laboratorio invia i dati periodicamente. Abbiamo poi i dati mondiali resi noti da questo studio molto importante perché è stato stimato che nel 2019 quasi 5 milioni di morti sono state associate alla resistenza antimicrobica, mentre 1.270.000 morti sono stati direttamente attribuibili alla resistenza agli antimicrobici. Si tratta pertanto di un problema importantissimo sia nei Paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo».

Tutto ciò succede anche nei Paesi sottosviluppati, in cui c’è un basso accesso alle cure?
«Sì, succede anche nei Paesi in via di sviluppo proprio perché c’è poco accesso ai nuovi farmaci e alla diagnostica. Inoltre, ci sono condizioni igieniche e sanitarie inadeguate. Sappiamo, infatti, che al di là della formulazione di nuovi farmaci, è molto importante seguire l’infection control, cioè quello che tutti abbiamo imparato adesso con il Covid, ma che noi mettevamo in pratica già da tempo. L’infection control riguarda anche l’igiene continua delle mani e l’isolamento dei pazienti portatori di germi e batteri resistenti, indicazioni che nei paesi in via di sviluppo non vengono seguite per mancanza di infrastrutture».

Quali sono i soggetti più a rischio?
«I malati cronici e gli immunocompromessi. All’Ismett abbiamo i trapiantati che arrivano con una insufficienza di organo, quindi se prendiamo il caso di un paziente con cirrosi epatica, questo può presentare delle infezioni legate alla malattia, come la peritonite batterica spontanea, che vengono curate con determinati farmaci. In questo modo, i pazienti arrivano al nostro centro, come candidati al trapianto, già portatori di multiresistenza. Ciò significa che la loro flora microbica intestinale è composta da batteri già resistenti agli antibiotici, perché ne sono stati usati molti. Quando successivamente andiamo a fare il trapianto questi pazienti cronici hanno già una flora che è resistente agli antimicrobici, per cui noi facciamo da subito delle procedure molto complesse, come l’immunosoppressione che riduce l’azione immunitaria in modo tale che questi pazienti siano meno suscettibili alle infezioni, proprio perché hanno un sistema immunitario meno competente. Noi abbiamo pubblicato uno studio in merito qualche anno fa, perché avevamo osservato che dal 2011 al 2013 i pazienti trapiantati che sviluppavano una infezione grave da batteri resistenti ai farmaci presentavano una mortalità che arrivava al 70%».

«Quando ci siamo resi conto che questo problema i stava diffondendo in maniera preoccupante abbiamo messo in atto una serie di misure stilate dal CDC di Atlanta che raccomanda di fare lo screening di tutti i pazienti che arrivano in ospedale, quindi, facciamo un tampone rettale per vedere se sono già portatori di multiresistenti, in caso di positività questi pazienti vengono accolti in un’area separata dell’ospedale e sono gestiti da personale dedicato. Il personale sanitario che li assiste si veste con un camice monouso e i pazienti vengono lavati con la clorexidina. Se abbiamo un elevato sospetto quando c’è un principio di infezione, sappiamo ormai che dobbiamo gestirli con una terapia “aggressiva”, con farmaci di nuova generazione, i quali però sono arrivati soltanto alla fine del 2019. Un’altra categoria a rischio è quella dei bambini, infatti, 1 caso di morte su 5 nei paesi in via di sviluppo è causato dalla resistenza agli antimicrobici, pertanto anche nei bambini è un problema importante, che andrebbe affrontato con multiple azioni».

In che modo possiamo agire per combattere questo fenomeno?
«Una prima azione sulla quale credo che dovremmo lavorare anche noi medici è quella di fare educazione sul territorio: ai bambini nelle scuole e ai genitori, perché molto spesso nel nostro Paese c’è un over consumo di antibiotici. Vengono utilizzati anche nel caso di infezioni virali in cui sono inefficaci, infatti usare gli antimircobici per una semplice influenza o per il Covid non porta alcun beneficio, anzi potrebbero fare danno immediato, con gli effetti collaterali, o nel tempo sviluppando una resistenza ai farmaci specifici. Questo probabilmente è una delle motivazioni per cui al Sud Italia c’è una incidenza maggiore di resistenza, mentre nel Nord Europa c’è un maggiore controllo dell’uso degli antibiotici sul territorio, per cui l’incidenza è più bassa».

«Una delle azioni che vengono raccomandate anche dal già citato articolo di Lancet è quella dell’infection control, secondo cui bisogna sviluppare dei sistemi ospedalieri che possano riconoscere tempestivamente un paziente portatore di multiresistenti, che possano incoraggiare l’igiene delle mani cioè la misura più efficace per prevenire le infezioni, e nei paesi in via di sviluppo anche dei programmi di sanificazione dell’acqua. Una protezione potrebbe arrivare dal vaccino, ma l’unico che abbiamo a disposizione è quello contro lo streptococcus pneumoniae, non ci sono ancora vaccini, ad esempio, per l’escherichia coli e per lo staphylococcus aureus che ci permetterebbero di ridurre il consumo di antibiotici, prevenendo queste infezioni prima che si sviluppino. Una terza raccomandazione è quella di ridurre il consumo di antibiotici non solo a livello umano ma anche negli animali e nelle aziende veterinarie, mangiando gli animali infatti assumiamo anche queste sostanze. L’ultima misura attuabile sarebbe quella di sviluppare nuovi antibiotici e nuove molecole».

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