Angosce e fobie da Coronavirus, gli psicologi di Palermo: «Ecco i casi più ricorrenti»

9 Maggio 2020

Il bilancio del servizio di supporto a distanza messo in campo dall’Asp, prima in modo autonomo e poi in sinergia con l’Università, sotto il coordinamento dell’Ordine degli Psicologi di Sicilia.

 

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PALERMO. C’è l’insegnante alle prese con le lezioni online che, da un lato, sente la distanza fisica e dall’altro, avverte una maggiore vicinanza emotiva con i suoi alunni. C’è l’operatore sanitario che sta vivendo un momento estremamente delicato in prima linea e sa di rivolgersi a qualcuno del suo settore che può comprenderlo a fondo.

Ci sono poi le persone in isolamento in attesa di fare il tampone, quelle che si fanno prendere dall’angoscia del contagio e quelle che vivono una situazione familiare difficile e che hanno perso il proprio punto di riferimento.

È un quadro molto variegato quello che emerge a poco più di un mese e mezzo dall’avvio del servizio di supporto psicologico messo in campo dall’Asp di Palermo, prima in modo autonomo (dal 25 marzo) e poi in sinergia (dal 23 aprile) con il servizio di Psicologia dell’Università degli studi di Palermo, sotto il coordinamento dell’Ordine degli Psicologi di Sicilia.

Due livelli di aiuto psicologico da cui emergono storie, paure e disagi che rappresentano uno stato d’animo comune legato all’attuale momento storico di emergenza Coronavirus. Da un lato la paura legata alla malattia e all’incertezza ad essa correlata, dall’altro lato la situazione di isolamento forzato che ha sconvolto da un giorno all’altro abitudini ed equilibri di vita.

Al di là dei numeri, quello che viene fuori da una prima analisi del servizio è la sua grande qualità a cui le persone riconoscono la propria gratitudine. Dal giorno in cui è stato attivato il numero di telefono e l’email sono state più di 200 le richieste giunte all’orecchio di operatori e psicologi.

Il primo livello di ascolto è quello gestito dagli operatori dell’Asp di Palermo che, sotto la direzione del dottor Renato Di Giovanni– direttore dell’Uoc di Psicologia dell’azienda sanitaria provinciale- si occupa di accogliere le richieste attraverso due canali di comunicazione.

La comunicazione telefonica dà un contatto più diretto seppur “invisibile”, quello della comunicazione scritta invece è più potente perché dà un grado di libertà e di elaborazione del pensiero (e del disagio) nettamente maggiori.

«Hanno chiamato indifferentemente uomini e donne, di tutte le età, anche se in prevalenza adulti tra i 20 e i 60 anni- spiega Di Giovanni- per esprimere un disagio emotivo o per richiedere bisogni concreti e informazioni al di sotto dei quali troviamo sempre un profondo senso di incertezza e di smarrimento che, spesso, ha la gradazione dell’angoscia».

A paure e disagi diversi corrispondono reazioni e comportamenti altrettanto diversi. «C’è chi, in una situazione di emergenza, è in grado di mettere in campo le proprie energie e si attiva, lavora di più o fa volontariato- continua Di Giovanni- E c’è invece chi rischia di restare sopraffatto dalle paure e vede emergere la proprie fragilità senza riuscire a governarle. In questo caso riuscire a chiedere aiuto è determinante per non accentuare lo stato di disagio. Il nostro compito è accogliere, ascoltare, aiutare a comprendere, affrontare e, se possibile, a trasformare queste paure favorendo la loro espressione verbale ed elaborazione. Chi chiama comincia ad affrontare le paure nel momento in cui, attraverso la parola o la scrittura, le condivide con qualcuno a cui attribuisce la capacità di accoglierle senza giudizi».

Accanto all’Asp lavora poi il cosiddetto servizio di “secondo livello” messo in campo e gestito dagli psicologi dell’Università, coordinati dalla dottoressa Cecilia Giordano, responsabile del Servizio di Psicologia Unipa.

Nel secondo livello si lavora esclusivamente in videochiamata e in tre modalità: un servizio di gruppo, composto da due sedute individuali e poi una di gruppo; un servizio dedicato ai genitori di bambini con bisogni educativi speciali o disturbi dell’apprendimento e un servizio studiato per i familiari di pazienti con disturbi neurologici.

Al secondo livello si sono rivolti principalmente «persone che hanno sviluppato una fobia verso il Coronavirus, persone che non riescono più ad uscire di casa per paura del contagio o perché hanno perso il lavoro e che, in questa situazione aggravata dall’emergenza sanitaria e sociale, non riescono a reagire- spiega la dottoressa- Tra loro ci sono anche alcuni adolescenti che vivono in maniera drammatica la condizione di “ritiro sociale” e non trovano spinte per guardare con speranza al futuro e anche i genitori, preoccupati per i propri figli o in difficoltà nel gestirli».

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