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Dal palazzo

Regione Lazio

Angelo Aliquò direttore generale al San Camillo di Roma. Una carriera fuori dalla Sicilia

Dopo il prestigioso incarico allo Spallanzani l'ex direttore generale dell'Asp di Ragusa è stato nominato dal presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, alla guida del San Camillo Forlanini

Tempo di lettura: 3 minuti

Il manager palermitano Angelo Aliquò è stato nominato direttore generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo di Roma. Uno dei più grandi e prestigiosi ospedali d’Italia. Aliquò, in terra laziale, sta bruciando le tappe di una carriera che in Sicilia sembrava confinata in un limbo.

Dopo l’esperienza maturata a Piazza Ziino, al fianco dell’assessore Massimo Russo, in qualità di componente e poi coordinatore della segreteria tecnica dell’Assessorato Regionale della Salute, il manager palermitano, nel 2012, viene nominato direttore generale dell’Asp di Ragusa. Nel 2014 passa alla direzione della Seus. Un anno dopo viene nominato Commissario Straordinario del Bonino Pulejo di Messina, dove rimane per tre anni. Arriva il 2018 ed è tempo di nuove nomine ai vertici della sanità siciliana. Fra i dirigenti generali per i quali ci si attende una “promozione”, in virtù dei risultati ottenuti nel corso dei precedenti incarichi, c’è anche il nome di Aliquò. In effetti il suo nome rientra nel novero dei dirigenti generali confermati, ma il “salto di categoria” non c’è. Aliquò torna all’Asp di Ragusa, dove rimarrà per 4 anni. Nel giugno del 2022, vince la selezione come nuovo Direttore Generale dell’Asp di Frosinone, si dimette dai vertici dell’Asp ragusana e vola in terra ciociara.

“Cu nesci arrinesci” si dice. Ed è qui che la carriera di Aliquò prende il volo. Nel giro di 2 anni passa dalla direzione di un’Asp di provincia alla direzione di uno dei più rinomati ospedali italiani: L’Istituto nazionale di malattie infettive “Spallanzani” e poi, notizia di oggi, l’approdo, in qualità di direttore generale, al San Camillo di Roma, uno dei più grandi ospedali d’Italia con i suoi oltre mille posti letto.

Perché raccontiamo questa storia? Perché è una vicenda che fa riflettere su determinati meccanismi ed intrecci fa sanità e politica che ormai, in terra di Sicilia, non vengono neanche più nascosti. Ricordate, nella precedente legislatura, il vademecum anti-propaganda varato dall’allora assessore Ruggero Razza? Un dettagliato documento, trasmesso alle Asp e alle Procure, in cui era fatto obbligo di rispettare alcune regole durante il periodo elettorale, per limitare le “ingerenze” elettorali nel mondo della sanità siciliana. Quel documento è stato di recente richiamato da un gruppo di deputati regionali di Fratelli d’Italia per “riadottarlo” durante le appena trascorse elezioni europee, e così è stato. D’altro canto era stato detto a chiare lettere che le nomine dei nuovi D.G., ed altre importanti decisioni nel settore della sanità siciliana, sarebbero state prese solo dopo la tornata elettorale.

Insomma, nessuno fa più mistero dello strettissimo intreccio fra sanità e politica. Del resto è l’uovo di Colombo! Si sa, si è sempre saputo che il mondo della sanità è un ricettacolo di “portatori di voti”. Un bacino dal quale tutti hanno sempre attinto a piene mani, senza distinzioni di appartenenza politiche. Nulla di illegittimo, sia chiaro, fin quando si tratta di normale campagna elettorale! Figuriamoci se in democrazia si possa impedire a un D.G., a un primario, a un direttore sanitario, a un direttore amministrativo o anche ad un infermiere di fare campagna elettorale (ovviamente fuori dal luogo di lavoro). Semmai emerge una questione di opportunità e, con essa, un dubbio scomodo: nelle scelte di politica sanitaria in Sicilia, quanto conta il merito e quanto il “peso” elettorale. Un dubbio che, forse, in altre Regioni, ad esempio il Lazio, sembra meno ingombrante.

 

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