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Ad emergenza finita, sarà il personale sanitario ad aver bisogno di cura

12 Aprile 2020

Lo sviluppo post traumatico che, verosimilmente, attende medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari deve trovarci preparati

Anna Maria Ferraro, Psicologa e psicoterapeuta

Che non vogliano essere identificati come eroi lo abbiamo letto diverse volte. E non è solo, come potrebbe apparire, una questione di pudore, riservatezza e contegno. Scostandosi dall’immagine dell’eroe, sfilandosi le mascherine dai volti segnati, arrossati e sfatti, medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari ci mostrano le loro vulnerabilità, ci chiedono di riconoscere le loro parti fragili, sfinite, sfrante, stremate. Tutto il personale sanitario, svestito dalle dotazioni di sicurezza, e dalla sicurezza che impone il ruolo, rimane a contatto con le ferite profonde, con i traumi generati dall’esperienza di questi giorni in corsia.

E chi di noi, nel momento più difficile, non desidera d’essere compreso nella fatica, piuttosto che lodato nella forza. E noi, siamo disposti a mettere da parte quello che ci serve per esorcizzare le nostre paure, compreso, appunto, le rappresentazioni degli eroi in corsia, per riconoscere che il vissuto del personale sanitario impegnato a combattere il covid-19 è (e soprattutto a emergenza finita sarà) più vicino all’esperienza delle vittime che a quella degli eroi?

Appartiene, infatti, alla famiglia delle esperienze traumatiche, anche il cosiddetto trauma secondario, o vicario, tipico di chi svolge professioni d’aiuto a stretto contatto con persone direttamente colpite da un trauma. A sperimentarne gli effetti sono, per esempio, i soccorritori che intervengono dopo le catastrofi naturali, coloro che si occupano delle vittime di violenza e, in generale, tutti i professionisti che aiutano, o tentano di farlo, le persone traumatizzate, stabilendo con loro un contatto diretto. Come accade sempre, ed in particolare in questo momento, dentro gli ospedali. Medici, infermieri, operatori sanitari sono stati non solo i primi, ma anche gli unici, a portare addosso il peso di questo contatto; troppe volte l’ultimo.

E’ la compassion fatigue, il carico emotivo della cura che, ben più delle mascherine, segnerà il personale sanitario a emergenza finita. E sarà proprio il personale sanitario, a emergenza finita, ad aver bisogno di cura. Perché benché instancabili, abnegati e generosi i nostri dottori e infermieri sono soprattutto uomini e donne. Vulnerabili come tutti noi. Spesso già provati da un carico di lavoro eccessivo per via della carenza negli organici, di turni estenuanti, di equilibri già precari (la sanità in Italia è anche questo) e infine messi con le spalle al muro dalla pandemia. Nella condizione di non poter far altro che appellarsi alla loro parte più resistente.

E lo hanno fatto. Lo stanno facendo. Ognuno ricorrendo alle proprie risorse, alle proprie capacità, alle difese psichiche che sempre la nostra mente mette inconsapevolmente in campo per sostenerci quando dobbiamo confrontarci con dolori troppo grandi: ricoverati che muoiono a ritmi impressionanti, richieste incessanti, ospedali al collasso, l’incubo di un rapporto totalmente sbilanciato tra il bisogno di cure e la possibilità di soddisfarle. L’assillo martellante di scelte cliniche e morali una dopo l’altra, le dotazioni che vorresti strapparti di dosso per avvicinarti alla solitudine di chi se ne va, e per sopportare quella che resta, insieme all’inconsolabile senso di resa, sotto ogni camice e ogni dispositivo di sicurezza.

Tutto questo “fa trauma”, secondario o vicario come dicevamo, che non è meno doloroso, profondo e potenzialmente patogeno del trauma sperimentato a tutti gli effetti sulla propria pelle. Come affrontarlo, poi, sta ancora una volta alle risorse di ognuno. Perché se lì per lì, nel qui e ora dell’esperienza traumatica, sia essa primaria o secondaria, la nostra psiche appronta un surplus di difese specifiche, per così dire più massicce, consentendoci di produrre micro-dissociazioni temporanee; dopo le immagini, e così anche le sensazioni, ritorneranno sotto forma di sogni, flashback, senso di stanchezza, logoramento, demotivazione.

Le dissociazioni temporanee sono, infatti, difese tipiche delle esperienze traumatiche, che intervengono aiutandoci a mantenere momentaneamente separati gli aspetti emotivi e cognitivi normalmente interagenti tra loro. Questo succede allo scopo di proteggerci. È il ricorso inconsapevole, ma necessario, alle micro-dissociazioni mentali che talvolta ci fa dire o sospettare di “non aver provato niente”, che ci fa ricordare di “non aver pianto” mentre, tutto in noi, tutta la nostra psiche, era letteralmente impegnata a non farci crollare.

Succede dinanzi a ogni grande dolore. E ciascuno di noi, nel corso della vita, ricorre a difese di questo tipo. Ma quando si è scelto di esercitare una professione d’aiuto, che moltiplica il contatto con il dolore, la prova può farsi estenuante. L’impatto psicologico, ossia lo sviluppo post traumatico che, verosimilmente, attende medici e infermieri, deve trovarci preparati.

Perché più che durante l’emergenza, più che dei consigli, degli interventi di contenimento e supporto su come affrontare questi mesi in corsia (necessari, eccezionali ma diversi da ciò che si intende per terapia), i nostri “eroi” potrebbero avere bisogno di una mano, via via che i ricordi intrusivi cominceranno a irrompere, che i sogni cominceranno a farsi agitati e il nervosismo a farsi strada. Potrebbero avere bisogno di una mano anche quando il legittimo desiderio di evitare il contatto con l’esperienza traumatica non elaborata si scontrerà col fatto che quest’esperienza risiede negli stessi corridoi, nelle stesse stanze, negli stessi angoli dei loro luoghi di lavoro. Così, con l’augurio di poter rinascere, tutti, anche attraverso il dolore, il mio grazie a questi eroi fragili o, meglio, a queste vittime che dovranno essere resistenti.

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