Resistenza agli antibiotici, è sempre più allarme globale: ogni anno nel mondo si contano 700 mila morti

9 luglio 2017

Lunedì 10 luglio a Palermo un convegno sul tema “Antimicrobial Stewardship in Sicilia. Lo stato dell'arte", presieduto da Antonio Cascio e Claudia Colomba.

 

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PALERMO. L’antibiotico-resistenza è diventata una priorità di sanità pubblica a livello mondiale per le rilevanti implicazioni cliniche, ma anche per i costi diretti e indiretti, in termini di spesa farmaceutica, di estensione dei giorni di degenza e di invalidità. Le infezioni sostenute da microrganismi resistenti, non rispondendo ai trattamenti antibiotici standard sono responsabili di un aumentato rischio di mortalità.

Ogni anno a livello mondiale si contano 700.000 morti riconducibili all’antibiotico-resistenza, con un pesante impatto sulle economie nazionali. Se la resistenza ai farmaci antimicrobici non verrà contrastata, entro il 2050, si prevede un impatto negativo sul PIL mondiale dal 2% a circa il 3,5%, equivalente a una perdita di produzione economica, che oscilla tra i 60 e i 100 trilioni di dollari.

Questi aspetti, con particolare riferimento al quadro siciliano e alle strategie regionali di intervento, saranno al centro del convegno scientifico, patrocinato dall’assessorato regionale alla Salute, che si terrà lunedì 10 luglio a Palazzo Chiaramonte- Steri (clicca qui per il programma).

L’evento vedrà la partecipazione delle istituzioni di settore e di autorevoli relatori con l’obiettivo di tracciare lo “stato dell’arte” in Sicilia. Presidenti del convegno, dal titolo “Antimicrobial Stewardship in Sicilia” saranno il prof. Antonio Cascio, responsabile dell’UOC di Malattie Infettive dell’Università di Palermo e Presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (sez. Sicilia) e la prof.ssa Claudia Colomba della medesima UOC.

Insanitas ha intervistato il prof. Antonio Cascio (nella foto): «In Europa oltre 4 milioni di persone ogni anno vengono colpite da infezioni batteriche ospedaliere. Sono circa 25.000 i decessi annui legati alle infezioni dovute a patogeni multiresistenti, con un conseguente aumento di costi sanitari supplementari e perdite di produttività di almeno 1,5 miliardi di euro, dei quali 928 milioni per pazienti ricoverati, 10 milioni per pazienti ambulatoriali; 150 milioni per perdita di produttività conseguente all’assenza dal lavoro e 446 milioni per perdita di produttività conseguente alla morte dei pazienti».

La nostra Nazione è tra i Paesi europei con percentuali di resistenza più elevate che, in alcuni casi, arrivano fino al 50%. Nel nostro Paese dal 7% al 10% dei pazienti va incontro a un’infezione batterica multiresistente. Le infezioni correlate all’assistenza (ICA) colpiscono ogni anno circa 284.000 pazienti causando dai 4.500 ai 7.000 decessi. Le più comuni infezioni sono polmonite (24%) e infezioni del tratto urinario (21%).

«I costi- spiega Cascio- associati all’incremento dei giorni di ospedalizzazione nel nostro Paese variano da 4.000 euro (ricovero in Medicina) a 28.000 euro (Terapia Intensiva). In totale, in Italia il costo annuo dovuto alle infezioni ospedaliere da germi multiresistenti è superiore a 100 milioni di euro».

Programmi di sorveglianza e piani di azione sono stati dunque avviati da Governi e Istituzioni sovranazionali: in Italia il controllo e la prevenzione dell’antibiotico-resistenza, insieme al tema delle infezioni correlate all’assistenza (ICA), costituisce una delle priorità identificate dal Ministero della Salute nel Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018.

Si prevede a breve l’approvazione da parte della Conferenza Stato-Regioni, del Piano Nazionale di Contrasto all’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) coordinato dal Ministero della Salute e ispirato al piano di azione globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sancisce azioni e indicatori di monitoraggio per contrastare il fenomeno in linea con le indicazioni dei vertici europei dell’Agenzia per il controllo delle malattie infettive (ECDC), e tra le misure contempla il rilancio della copertura vaccinale e l’adozione di rigorosi protocolli di igiene negli ospedali.

Un punto cardine nella strategia di controllo delle resistenze nonché parte integrante del PNCAR è, infatti, la cosiddetta “antimicrobial stewardship”, ossia un insieme di iniziative tendenti a promuovere l’uso appropriato di antibiotici in tutti gli ambiti (ospedale, territorio, veterinaria) e a limitare la diffusione dei germi multi resistenti.

Essa identifica tra le voci principali la promozione dell’appropriatezza prescrittiva (somministrare la terapia solo dietro certezza clinica dell’infezione, intervenire tempestivamente, con posologia adeguatamente aggressiva e per la durata più breve possibile) e la diffusione della conoscenza delle regole di stopping/descalation a livello ospedale/territorio del ciclo di antibiotico iniziato in reparto e da concludere a domicilio, accanto all’adozione di specifici protocolli (educazione degli operatori sanitari al lavaggio delle mani e all’uso dei guanti, vaccinazione del personale sanitario, screening dei portatori dei ceppi resistenti e il loro isolamento, screening dei contatti, diagnosi microbiologica rapida).

«Senza una terapia antibiotica efficace- sottolinea l’infettivologo- interventi ormai ritenuti di routine, come parti cesarei, inserimento di protesi articolari, chemioterapie e trapianti d’organo, sarebbero a rischio di complicanze gravissime».

Gli impatti del fenomeno dell’antimicrobico-resistenza (AMR) si ripercuotono anche sui contenziosi civili che originano da cause di richiesta di danno intentate da pazienti a seguito di infezioni ospedaliere. Inoltre, l’AMR ha ripercussioni anche sugli aspetti organizzativi e gestionali dell’assetto ospedale-territorio e della “long term care” (Residenze Sanitarie Assistenziali, ecc).

«Infatti- conclude Cascio- si registra una crescente difficoltà da parte di tali strutture ad accogliere pazienti colonizzati da batteri resistenti, a causa della maggiore complessità e delle maggiori spese di gestione necessarie a prevenire la diffusione di epidemie (mancanza di preparazione culturale; mancanza di specialisti infettivologi; maggiore utilizzo di presidi e di disinfettanti). L’Italia è il terzo Paese con la più alta percentuale di antibiotico-resistenza dietro soltanto alla Turchia e alla Grecia».

Antonio Cascio.2

Prof. Antonio Cascio

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